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IsabelleTostin
Senza gatti... non c'è paradiso
11 giugno 2007
Fumetti e manga (FINE AGGIORNAMENTO!)
 

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“Strangers in Paradise” n. 9: litigare, partire senza salutarsi, rimuginare sull’accaduto e all’improvviso l’incidente.
Tutte le certezze vengono stravolte al momento dello schianto e l’unica cosa che Katchoo pensa è “Francine”.
E David?
Forse David è morto…

[non sto troppo ad analizzare il volume perché è davvero un colpo di scena dietro l’altro, svelerei tutto altrimenti - quindi non è per pigrizia!]

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“Slam Dunk Deluxe” n. 5: e così Hanamichi Sakuragi e compagni hanno.. perso! giuro che non mi sono mai divertita così tanto nel seguire una partita - che sia di calcio, basket, tennis, pallavolo, o… - Inoue è insuperabile!
Hanamichi è sempre spassoso e in questo numero due nuovi personaggi entrano in campo: Ryota Miyagi, innamorato dell’assistente dell’allenatore dello Shohoku [mitico Hanamichi che “sbatacchia” il doppio mento di quest’ultimo img503/861/sorrisodentitw6.gif ] e il teppista Mitsui.
Se il primo diventa amico di sfighe sentimentali di Hanamichi, il secondo (senza denti - buahahahahah!!!) mentre intenta una mega rissa in palestra viene fermato dalla fine del volume.
Il seguito fra due mesi. Mannaggia...

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“Berserk” n. 61: in via eccezionale recensisco i numeri 61 e 62 pubblicati con l’edizione regolare. Che sinceramente aspettare l’uscita del n. 31 della Collection sta diventando uno strazio. Ma sia ben chiaro: non ho intenzione di abbandonare la Collection, mica posso lasciarla a metà!

Ecco i punti salienti di questo numero:

- Shilke, in preda a crisi ormonali, piange. E’ la pubertà…
- Shilke fa un incantesimo: la ruota cremisi che incenerisce un fottio di troll. Vabbeh…
- Gatsu si offre di portare in spagoletta Shilke. Che va in estasi adolescenziale.
- Gatsu combatte una balena tentacolata e Shilke gli snebbia le cervella perché è riuscita a subentrare nella sua psiche.
- Arriva un indiano fluttuante che dice “I Makara sono gli elementi distintivi dei Pishacha”.

E’ chiaro ormai che questo è un inutilissimo numero. E lo si nota soprattutto da quante volte appare Shilke che, viste come stanno le cose, la si dovrebbe pure ringraziare: senza di lei e i suoi pUteri magggici Gatsu non sarebbe riuscito a superare lo stato di Berserk. Ma, se ci fate caso, a chi è da imputare l’arrivo dell’armatura del Berserk? A quella cretina di SHILKE!
Con rammarico noto inoltre che Serpico [*sbav sbav*] appare, nell’intero numero, rarissime volte, e che Farnese sta diventando il clone sano (per ovvi motivi…) di Caska: dalla prima all’ultima pagina ripete per quattrocento volte un’unica parola “Maestra!”; mentre la seconda non dice manco più i suoi soliti “Bbb, ggrhfls”.
Analizzando poi i mostri che appaiono in questo numero, direi che la balena tentacolata è fin troppo simile agli elefanti giganti dei numeri precedenti, e che i troll hanno rotto il…
In chiusura, l’arrivo dell’indiano in levitazioni è per me incomprensibile.

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“Berserk” n. 62: dopo la caduta libera del precedente numero, questo si risolleva giusto un attimino.
Serpico torna in scena, ma purtroppo lo fa fiaccamente, nonostante i numerosi fendenti tirati a destra e a manca. Combatte in coppia con Gatsu&Shilke (uccidetela!), contro l’indiano che è accoppiato con un serpente d’acqua traslato su uno mastodontico per via di un incantesimo.
Insomma, tanti begli accoppiamenti che danno vita a un combattimento interminabile e pallosissimo.

Durante la sopraccitata soporifera sequenza, Gatsu sprona Shilke dicendole addirittura “Lo faremo io e te... assieme! - Adesso dividiamo la stessa sorte... anzi... siamo una cosa sola!”. Quale sublime dichiarazione per un’adolescente in preda a turbe ormonali? Infatti lei non ci pensa su nemmeno due volte e stringe *grab* con le sue manine il possente collo di Gatsu.
Ripeto: uccidetela [su insegnamento di Cecilia].

Quando i fatti sembrano aver decretato la vittoria dei nostri, ho avuto un déjà-vù: mentre Gatsu si riprende, Shilke gli sbraita telepaticamente nella testa “Non userò mai più... un sortilegio tanto pericoloso!”. Se ripescate dal n. 61, all’inizio, il pianto isterico di Shilke (“Si tratta del vostro corpo! Così rischiate la vita!”), noterete come le due vignette si somiglino pericolosamente.
Che qualcuno abbia usato la carta copiativa? Vatti a fidare degli assistenti...

L’arrivo del gigante di fuoco dà vita a una serie di saette e fulmini che all’ottava scarica diventa un tantino ripetitiva, sembra di giocare all’Allegro Chirurgo.

Poi arriva Zodd, che ammazza un po’ di troll in paese e arriva sul molo. Il motivo? Non è dato a sapere.

A questo punto credo che Miura stia utilizzando la strategia dell’accumulo per evitare la partenza del gruppo verso Skelig. Prima i troll, poi il Makara dei Pishacha, poi il demone di fuoco e poi ancora Zodd.
Che poi dico, in tutto quel marasma la nave di Roderick sarà sicuramente ridotta in pezzi. Se nel prossimo numero la si ritrova ancora intatta, diventa tutto una baggianata!
Intanto il ritorno di Farnese è del tutto inutile, dato che da due numeri a questa parte lei, come tutti gli altri personaggi, è relegata in fondo al molo a prendersi ogni tanto qualche onda anomala in faccia. Come la mettiamo con il suo pseudo-fidanzamento con Roderick?
L’arrivo di Zodd ha portato un po’ di sangue e brandelli di carne in scena ma ormai abbiamo capito tutti che il Miura di una volta, quello a cui piacevano le frattaglie, le torture e i mostri veri, ha lasciato il posto a un Miura più soft che tira avanti la carretta con non più lo stesso entusiasmo.
Abbiamo così perso due numeri seguendo delle superflue battaglie, quando sarebbe stato più interessante sapere che fine ha fatto Charlotte, il plotone di Kushan ora al servizio di Grifis-Phemt o, volendo, come se la passa il popolo delle Midlands...
Perché non l’hai fatto, Miura? PERCHE’???

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“La finestra di Orfeo” n. 1: è ufficiale, adoro Riyoko Ikeda!
Di nuovo un tormentato personaggio femminile dopo la Nanako di “Caro fratello” e la Oscar di “Versailles no bara”.
Julius è costretta a vivere sotto mentite spoglie per assicurarsi l’ingente eredità del padre - ora morente - che non l’ha mai riconosciuta debitamente. Vive con la madre e le due sorellastre (avute dal padre da un precedente matrimonio) e frequenta un conservatorio-collegio maschile possedendo grandi doti musicali.
Sì, conservatorio maschile.
Julius infatti vive, ed è da tutti considerata, come un ragazzo; solo così, facendosi passare uomo, potrà avere l’eredità in quanto unico erede maschio. La madre e il medico di famiglia sono gli unici a conoscere la verità.
Questo ovviamente porterà conseguenze inaspettate nella vita di Julius e in quella di chi la circonda, e sarà tutto collegato alla bizzarra leggenda della “finestra di Orfeo”, la finestra della torre del collegio frequentato da Julius, dalla quale si dice che ogni ragazzo che vi si affacci si innamorerà automaticamente della prima ragazza che vi passerà sotto, ma l’amore che nascerà sarà destinato a finire in tragedia.
Come avrete capito l’inizio del manga è già molto elaborato, numerosi personaggi vengono già presentati in maniera dettagliata, ognuno dei quali ha una propria psiche che sottolinea quale lavoro la Ikeda abbia svolto per la preparazione della storia; lo scorrere degli avvenimenti molto lenti, è “scosso” da violenti scatti d’ira di Julius e inaspettati rivolgimenti tramici.
Julius è infatti insofferente alla sua condizione temporanea (almeno lei lo spera...) di ragazzo, che dura da quindici lunghi anni - praticamente dalla sua nascita! - sfoga così la sua femminilità repressa lasciandosi prendere troppo dalle emozioni e diventa ancora più violenta quando capisce di essersi senza dubbio innamorata, per la prima volta, di un ragazzo, un suo compagno di studi.
Combattuta in questo limbo, sogna il momento in cui rivelerà il suo essere donna e quando potrà riscattare la madre e sé stessa da una vita di restrizioni in balia delle tiranniche sorellastre, ora padrone di casa dopo il collasso del capo famiglia.
Ci sono inoltre i numerosi compagni di scuola di Julius ad avere un ruolo ben preciso nella vicenda e un professore, un mentore per molti studenti e per Julius... qualcuno che nasconde qualcosa di minaccioso.
Come in “Caro fratello” ritornano le angherie e i litigi tra studenti, anche Nanako era vittima e spettatrice di cattiverie tra le compagne di scuola.
E a differenza di “Lady Oscar” l’aspetto comico/ironico qui lascia il posto a una pacatezza e serietà che apprezzo molto. Se in “Caro fratello” la stessa caratteristica raggiungeva culmini tragici e un po’ paradossali, qui tutto è contenuto nei limiti e se si raggiunge il livello d’allarme è comunque giustificato.
I disegni sono molto più dettagliati e maturi che in “Lady Oscar”, anche solo per lo sfondo e i dettagli: in “Versailles no bara” non era raro trovare vignette completamente bianche al cui centro solo i personaggi in oggetto; qui invece tutto è curato nei minimi particolari, a ricreare quell’atmosfera di inizio Novecento, in cui si svolge appunto la storia di Julius, la Germania del 1903.
Infine, intrighi tramati nell’ombra, omicidi avvenuti con successo e altri solo tentati, amori repressi (non solo quello di Julius), misteri e tensioni fanno da contorno a questo manga. E tutto questo solo nel primo numero. Nulla che faccia pensare quindi a una storia soporifera!

A presto, su queste critiche, con il n. 2.




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CULTURA
5 giugno 2007
Manga vari (in aggiornamento)

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“Blood Alone” n. 1: Misaki e Kuroe vivono insieme in un Giappone probabilmente del prossimo futuro, anche se lo stile di vita non è affatto lontano da quello odierno - è più che altro per una serie di situazioni al di fuori della realtà, accettate dai presenti in maniera del tutto normale, che me lo fa pensare; entrambi i protagonisti possiedono poteri soprannaturali concessigli “da terzi” durante un tragico episodio che li ha fatti incontrare: lei è una vampira e lui riesce a vedere delle cose strane...
Ovviamente Misaki è attratta da Kuroe.
Ma Misaki è una bambina e Kuroe è un ragazzo sui trent’anni. Tra loro quindi non ci potrà (per il momento?) essere nessun tipo di relazione amorosa, quindi la situazione così sospesa alimenta nella “coppia” diversi inghippi sensuali (ho scritto sensuali e non sessuali!) in cui però anche il ragazzo sembra a volte accettare l’attrazione della ragazzina nei suoi confronti, fino a ricambiarla.
In questo primo numero ci sono le basi per una serie - non ancora giunta al suo termine in Giappone - molto promettente, in cui già ci sono molti segnali d’azione e accenni per una trama molto più complessa di quella presentata finora: pestaggi e inseguimenti con spiriti vaganti appartenenti al male oscuro; giovani vampiri a cui è toccata, presumibilmente, la stessa sorte di Misaki ma in odore di omosessualità e la presenza, forse, di una comunità vampiresca molto vasta.
Un accenno merita l’atmosfera delle pagine di questo manga: la struttura delle tavole, molto piccole, tendono a soffocare i personaggi ritratti, che in questo modo vengono quasi sempre ripresi in primo piano o piano-americano; solo nei casi di inseguimenti si possono vedere delle tavole con campi lunghi, ma non ci sono comunque grandi “descrizioni visive” per quanto riguarda l’ambiente in cui i personaggi si muovono, anche quando Misaki e Kuroe si trovano al luna park l’impressione che ne risulta è sempre quella cupa e claustrofobica.
Per il resto, i 2/3 degli avvenimenti avvengono in ambienti chiusi, deserti - svolgendosi ovviamente di notte per via del vampirismo di cui è affetta Misaki - o nella casa di Kuroe, così austera e molto fine Ottocento. In particolare osservando le scene che si svolgono nell’appartamento del ragazzo, tutto concorre alla composizione di un clima rarefatto, sospeso, e la vita dei due giovani, che si dipana fra quei mobili pesanti, scuri, sembra ovattata, in bilico fra realtà e surreale…
Attendo fiduciosa il secondo numero.

Thanks to Cecilia per la sua recensione del suddetto del 14/05/2007.

 

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“Lady Oscar” n. 3: saltato il secondo numero dato che non lo si trova manco a piangere in eschimese, e poi comunque mi hanno assicurato che era ancora un numero introduttivo , effettivamente il bello della vicenda inizia proprio adesso.
Luigi XV è morto e la giovane Maria Antonietta e il Delfino di Francia si apprestano a succedere al trono come nuovi reali.
Pianti & desperation per il defunto, partenza del tenebroso Conte Fersen - di cui però non ho ben capito il ruolo perché evidentemente esplicitato con maggiore chiarezza nel secondo numero - e assestamento dei nuovi reali nelle cariche a loro concesse.
Non prima però di una rocambolesca sequenza in cui Oscar fa sfoggio delle sue prodezze da cavallerizza/o e salva tra strazianti urla la (non ancora) regina di Francia a cui si era imbizzarrito l’equino quadrupede.
Che impeto e che carisma!
Tristezza infinita, invece, seguendo le vicissitudini della povera Rosalie arrivata al punto di vendere il suo corpo pur di racimolare qualche soldo. L’incontro fortuito con la nostra eroina e un fraintendimento tra le due mette bene in evidenza che, nonostante l’aspetto “mascolino”, la nostra Oscar non ha tendenze omosessuali, anche se odia essere considerata una donna.
Comportamento contraddittorio, credo…
Comunque sono molto solidale con la disgraziata Rosalie, finora il mio personaggio preferito anche se secondario.
Ho un debole per le storie strazianti.

 

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“Chiho Saito presenta - L’uovo di Cupido”: scelto, tra la vasta gamma di volumi autoconclusivi della serie, in un momento di confusione mentale.
Pensavo peggio.
Tutto sommato una storia turbolenta con grande sbandieramento di sentimenti e forza mascolina, in cui una ricca ereditiera incinta di non si sa chi cerca un marito a pagamento per tenere nascosta la bravata alla famiglia, e avere così un momentaneo matrimonio riparatore in bianco. Poi arriverà il divorzio e chi si è visto-si è visto.
La tipa trova così un giovane, belloccio quanto basta, che accetta di sposarla sotto contratto, ma l’amore sboccia subdolo tra i due e tra: urla, litigi, negazione dei sentimenti amorosi, amplessi fugaci - perché la carne è “debbbole” -  risse da bar con tanto di salvataggio della protagonista in dolce attesa legata e imbavagliata in stile bondage da dei loschi figuri tipo Yakuza, si compiono per lei i giorni del parto e la stessa proclama “Mi è venuto il mal di pancia!”, non essendosi nemmeno accorta che quei dolori erano le doglie… Comunque nel momento della nascita del bambino la storia si chiude bruscamente sui dubbi amletici di lui (“A chi assomiglierà il bambino? a me o a lei?”), sottolineando così la sua totale immersione nella parte di marito ormai non più a contratto.
Molto trash.

.................

A domani per l’aggiornamento con “Slam Dunk Deluxe” n. 5, “Strangers in Paradise” n. 9 e “La finestra di Orfeo” n. 1, ché qua sta arrivando un temporale della madonna e devo spegnere il computer.




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CULTURA
13 maggio 2007
Ultimi manga e "La vie en rose" di Olivier Dahan (2007)

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“Emma” n. 4: “uuuh; iiih; ah; oooh” e altri suoni non meglio identificati pronunciava la sottoscritta durante la lettura di questo me-ra-vi-glio-so manga. E con gli ultimi sviluppi devo dire che “Emma” è davvero il più bello, appassionante e perfetto manga che abbia mai letto.
[cercherò di non fare spoiler, nel caso ci sia qualcuno che non l’ha ancora letto]
La storia tocca il suo culmine esattamente alla metà della sua durata (otto numeri in totale - prima si diceva 10) con due colpi di scena fondamentali per il futuro di Emma, nonché di William, e di buona parte dei personaggi alle loro spalle.
La lentezza e la perfezione sofisticata dei numeri precedenti vengono un po’ oscurate da un susseguirsi incessante di reazioni a catena che hanno la passione e l’amore alla loro base; sentimenti poco controllabili che smuovono gli animi improvvisamente.
Non è affatto un difetto, anzi, con questa “esplosione” la resa finale dà al manga maggior attrattiva e il lettore si trova, come durante la partenza di Emma due numeri fa, ad essere maggiormente partecipe ed agitato (sì, io lo ero…) nel seguire la storia.
A questo proposito va però segnalato un episodio che ho trovato tutto sommato forzato: Monica che corre e sbraita in difesa della sorella Eleanor. Sarà servito per arrivare con più “pepe” al primo mozzafiatante colpo di scena, ma anche in sua assenza (mi riferisco all’ira di Monica) la rivelazione sarebbe stata più credibile e conforme alla caratteristica calma del manga. Che poi, voglio dire, la rassegnazione di William senza il siparietto su Monica sarebbe stata ancora più d’impatto, e per spiegare il forte legame che unisce le due sorelle non c’era bisogno di cotanto sbandieramento.
Altri momenti in cui l’autrice si è fatta un po’ prendere la mano (come mi aveva fatto notare Cecilia) ce ne sono ancora: la prima parte del capitolo 27, in cui si sfiora l’erotico con un nudo (quasi) integrale e la conversazione sensuale tra i coniugi tedeschi, anche se quest’ultima potrebbe esser vista come uno stratagemma per far notare quale differenza ci sia tra il vivere rigoroso della gentry inglese e quello della media borghesia tedesca (e forse del resto d’Europa).
Ma l’”Emma” che conosciamo ritorna in emozionanti sequenze come quella che si svolge nel palchetto a teatro tra William e Eleanor, la visita di Emma al cimitero e la sua mirabile trasformazione in cui si toglie, con un gesto semplice, gli occhiali.
E che dire delle ultime 30 pagine?!?!
A momenti svenivo pure io, e non solo... [ops, non dico chi] perché dovrò aspettare altri due mesi per leggere l’atteso seguito!

n.b.: la sfacciatissima “marchetta” editoriale della curatrice della rubrica della posta, strategicamente inserita a metà volume. *tristezza*  


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“Le chevalier d’Eon” n. 1: ispirato al personaggio realmente esistito all’epoca del Re Sole, il nobile D’Eon de Beaumont qui in versione manga, nella notte, veste ambiguamente i panni di donna per vendicare la sorella tragicamente morta durante oscure macchinazioni sataniche.
Volevano farcelo passare per il nuovo “Lady Oscar”, ma il manga in poche parole possiede: comicità idiota con tanto di cuoricini, parolacce inserite senza cognizione di causa, noia e ripetitive battaglie cappa e spada con i malvagi di turno.
I tre capitoli principali del numero che apre questa nuova serie hanno inoltre la brutta particolarità di essere la fotocopia l’uno dell’altro con una struttura ricorrente: morte di una povera fanciulla, trasformazione di D’Eon da uomo a donna, invocazione della fidata spada a mo’ di Excalibur, morte del cattivo e fine del capitolo. Cambia solo il morto.
Se ci aggiungiamo poi che D’Eon-donna ha interminabili boccoli biondi (parrucca) e che è accompagnata da un gatto mutante con qui sembra parlare telepaticamente…
Viva Sailor Moon! 

 

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“Lone wolf & cub”: la lettura degli arretrati di questo manga va a rilento - sono appena al n. 10 - indi per cui pubblicherò una recensione complessiva dell’intera serie al termine della sua pubblicazione, visto che l’ultimo numero (il 24) uscirà il 14 giugno. Che è ormai alle porte.

 

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"La vie en rose" di Olivier Dahan: umore a terra e malessere generale mi si sono abbattuti addosso durante e dopo la visione di questo film.
Due ore e mezza in cui si susseguono accadimenti biografici della cantante Edith Piaf degni di una telenovela sudamericana. Peccato che sia la verità e non ci sia nulla da ridere.
Nata e cresciuta nella maniera più misera e triste possibile, rischiando di diventare anche cieca, a vent’anni accetta la proposta di un impresario che la vuole fra i suoi artisti “da bar” ottenendo così i primi successi canori.
Ma inizialmente se ne frega della fama e con i suoi denti marci sputacchia la sua superbia davanti a tutti, con l’atteggiamento di chi della vita se ne frega e preferisce una bottiglia di whisky a un elogio per la sua bravura artistica.
Il ritorno, dopo la morte (sospetta) del suo impresario, fra i reietti della società e la consapevolezza di essere rimasta sola e perduta le farà però prendere più coscienza di sé.
Non tanto però dall’essere, a mio parere, ritenuta un mito immortale da osannare come la vedono tutt’oggi i francesi.
Il suo atteggiamento sprezzante per la fama si ribalta nella certezza di avere più probabilità di ottenere ciò che vuole: “A che serve, se no, essere Edith Piaf?”.
Al culmine del suo successo in Europa e i primi riconoscimenti in America tratta tutti i poveri membri del suo entourage come delle merde secche; sul palco ammalia il pubblico con una gestualità tutta sua: movimenti a scatti, bizzarri tic nervosi che trovo poco attraenti; si allarga la sua cerchia di conoscenze e i cantanti che di lì a qualche anno diventeranno famosi quanto lei, passano tutti nel suo letto (Georges Moustaki, Theo Sarapo, Eddie Constantine, ecc.), tuttavia il regista ci fa credere che l’unico e indiscutibile amore della Piaf fu il pugile Marcel Cerdan.
La tragica morte del giovane è al centro di una straziante sequenza in cui la bravura di Marionne Cotillard, che interpreta la cantante, penso proprio sia da Oscar.
Dell’intero film, un elogio va infatti alla Cotillard che è diventata un tutt’uno con il personaggio interpretato, tanto da mimarne perfettamente le movenze, gli sguardi e il carisma originale.
Infatti checché se ne dica, la Piaf sarà stata decisamente bruttina e maleducata ma aveva sotto le così dette “palle”.
Tuttavia resta comunque un’artista e una persona dall’atteggiamento e dagli ideali discutibili, che il regista ha cercato però di caricare di bontà con l’intento di farla passare per una poveretta toccando l’apice nella sequenza finale con ancora più melodramma, fino a sfiorare l’incubo: dopo una schermata nera su cui appaiono le parole “1963: ultima notte”, assistiamo agli ultimi rantoli di vita di una donna ormai sfatta dall’alcool e dalla dipendenza della morfina, malata di fegato, artritica e soggetta a continui collassi. Arriva così la botta finale con la rivelazione dell’esistenza di una figlia, avuta poco più che adolescente, morta a due anni di meningite e tenuta nascosta a tutti.
In quel momento i dieci presenti in sala, me compresa, sono sbottati.
Un altro episodio del genere e ci saremmo suicidati sulle poltroncine. 
Olivier Dahan ha insistito un po’ troppo sul lato compassionevole, certo che ora in Francia avrebbero glorificato lui al posto della Piaf per aver dato un quadro della cantante così ispirato e misericordioso.
Non ha fatto i conti però con chi, della Piaf, sa poco o niente e che avrebbe preferito un bio-pic meno di parte.

 

6/10




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CULTURA
8 maggio 2007
Fumetti e manga ritardatari

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“Strangers in Paradise - nuova edizione” n. 8/A e 8/B: numerazione atipica per queste ultime due uscite della serie.
Attraverso continui flash-back, dal presente della famosa sera al ristorante in cui Francine rivede per caso dopo dieci anni di lontananza Katchoo, veniamo sballottati un po’ per volta fino a quello che sembra essere stato il momento di rottura tra le due ragazze e la causa principale - insieme ad altri fattori secondari - della loro separazione definitiva: David. Sì, sembra essere stato proprio lui, inconsciamente, ad aver reciso poco a poco il sentimento che univa le due amiche.
Non ci viene mostrato nessun episodio eclatante, ma tanti piccoli segnali lo dimostrano chiaramente, e tutto sembra essere iniziato da quel “ti amo” di David sussurrato mille volte nella pioggia a una sconvolta Katchoo, come punto di contatto, opposto però, a un’altra rivelazione di qualche numero fa, sempre ad opera di David, con l’avvicinarsi di un temporale che aveva segnato però in quel caso una distanza tra i due.
Nel frattempo, nel passato, pur essendo Darcy morta e sepolta, la losca organizzazione a cui era a capo ritorna pericolosamente alla ribalta, mentre nel presente Francine e Katchoo si rivedono faccia a faccia e ci sarà da piangere. In senso buono, ovviamente.

P. s. [off topic]: nel leggere questo fumetto ammetto una mia piccola fissazione “feticista”: la metà dei personaggi femminili che appaiono nel corso della storia, comprese le due protagoniste, ha i capelli lunghi, e quelli della Katchoo di dieci anni dopo sono davvero un must. Ma li avete visti?! Tempo un anno e li avrò anch’io così. Ah!

 

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“Lady Oscar” n. 1: dopo il recente rispolvero della mini-serie “Caro fratello”, e la scoperta del sito di Cecilia su “Orpheus no mado”, devo dire che la Ikeda ormai l’ho completamente rivalutata.
La visione del film “Marie Antoinette” della Coppola ha fatto poi il resto per spingermi all’acquisto dell’intera serie ormai mitica, di cui avevo visto solo l’anime ai tempi della pietra.
C’è da dire però che ricordandomi la versione animata, molto melodrammatica, sono rimasta sorpresa nel notare come nell’originale della Ikeda la storia si basi su diversi siparietti comici e caricaturali: nell’illustrare alternativamente la crescita della giovane Oscar e della futura regina di Francia non è raro che l’atmosfera “rigorosa” del racconto venga cancellata all’improvviso da onomatopee (gulp, grrr, gasp, ecc.), enormi martelli che calano sul capo dei personaggi a imitazione di una “mazzata in testa” in senso figurato [un colpo emotivo ricevuto all’improvviso], fino agli stessi disegni che trasformano le espressioni dei volti in grottesche figure con tanto di denti aguzzi da demone.
Spero sia solo un aspetto passeggero, perché non è che l’abbia trovato poi così divertente…
Nel complesso però questo primo episodio non mi ha delusa, e si è rivelato davvero interessante, anche se è solo un numero introduttivo e nel momento in cui l’intreccio si fa più fitto - con la comparsa ad esempio della già perfida Jeanne - il volumetto a sottiletta ti si esaurisce tra le mani.
E siccome mi manca proprio il n. 2 (introvabile!), e il Lucca Comics 2007 (dove cercherò di trovarlo) si terrà tra ottobre e novembre, ci risentiamo per questa serie fra cinque lunghissimi mesi. [sob!]

 

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“Happy mania” n. 9: a due numeri dalla fine di questo “Sex & the city” in salsa giappo (così lo definisce la casa editrice italiana) ditemi che non è vero: Shigeta che si sente felice per il ritorno della memoria di Takahashi?!
Dopo averci fatto sorbire per quasi 200 pagine [effettivamente i tankobon sono belli corposi] le sue paturnie capitanate da un senso di malessere generale, vi prego, ditemi che l’undicesimo episodio NON si concluderà con il loro matrimonio.
Moyoco Anno, abbi un po’ di coerenza e non scadere come il “Sex & the city” originale: Carrie e compagnia felici e contente al fianco dei loro uomini dopo che per sei stagioni ci avevano fatto credere di essere le donne del 2000 e mica le solite massaie casa e chiesa!

 

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“Slum Dunk Deluxe” n. 4: la partita contro il Ryonan non è ancora finita e a un minuto dal termine finisce anche il volume!
Ammetto che, stando le cose così, credo proprio vincerà lo Shohoku (la squadra di Hanamichi Sakuragi); è vero, sarebbe troppo scontato ma a meno di rocambolesche azioni da super eroi degli avversari…

Essendo donna, e leggendo con un pochino di sensibilità in più rispetto a un uomo infoiato dal tifo da stadio anche di fronte a un fumetto, non faccio che notare come in questo manga i consigli dell’allenatore e le tattiche di gioco utilizzate durante la partita non siano altro che degli insegnamenti di vita, e non solo dei trucchi per arrivare più in fretta alla vittoria sportiva.
Grossissimo pregio.




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CULTURA
27 aprile 2007
Toh, guarda cos'ho trovato...

   




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CULTURA
24 marzo 2007
Fumetti e manga

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“Emma” n. 3: non so voi ma a me sembra di vedere un film più che leggere un manga. I primi piani muti che si avvicinano ai pensieri dei personaggi, il taglio della tavola, la luce crepuscolare, i tempi d’attesa, ogni fattore concorre a creare quell’atmosfera filmica alla quale manca solo la colonna sonora.
Tutto è poesia in questo manga, è poesia il gesto di Eliza che fa scivolare placidamente sull’acqua del fiume le sue dita, le spalle di William e Eleanor che si sfiorano per caso, la riservatezza e gli sguardi mai diretti di Emma…
La calma continua ad essere l’elemento predominante, ma ogni tanto questa viene sconvolta: come era già successo per l’introduzione del personaggio di Hakim con tanto di elefanti, in questo numero la festa organizzata dalla servitù, con cui ora Emma lavora, dà un tocco (forse un po’ troppo) euforico alla vita della lunga schiera di camerieri/e che abbiamo visto all’opera e ligi agli ordini poche pagine prima insieme alla stessa Emma.
In precedenza ci era stato infatti mostrato, in un alternarsi, lo svolgere delle giornate dei ricchi padroni di casa contrapposto a quello tutt’altro che monotono dei loro servitori – come succede nel film “Gosford Park” di Robert Altman.
Da notare come la sequenza del classico pic-nic con gita in barca dei ricchi di una volta, abbandoni completamente le sfumature grigiastre e malinconiche che avvolgono sempre la vita della gentry, per un chiarore abbagliante.
Nessuno sviluppo per la storia d’amore negata tra Emma e William se non che, mentre lei ricorda con dolore i bei momenti passati con lui, il secondo cerca invece di dimenticarla definitivamente (con non poca fatica però...).
C’è però un nuovo e piuttosto piacente personaggio maschile che guarda con curiosità Emma. Chissà…!

P.s.: navigando in cerca di informazioni sull’anime omonimo, ho trovato questo sito italiano: http://emmaromance.altervista.org/ è ancora in fase di costruzione ma promette bene. ^^

 

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“Caro fratello” n. 1-4 (serie conclusa) di Riyoko Ikeda: riesumato dall’archivio personale, la mini serie dell’autrice di “Versailles no bara” si rivela a una seconda, più attenta e soprattutto matura ri-lettura una storia tutt’altro che frivola – come invece me la ricordavo erroneamente…
La quattordicenne Nanako si appresta al suo primo giorno di liceo, e intrattiene una confidenziale corrispondenza con un giovane universitario che aveva tenuto una serie di ripetizioni nella sua scuola. Sarà a lui che racconterà, nelle missive, la nuova esperienza scolastica.
L’ambiente liceale (interamente femminile) è per Nanako una completa scoperta: si rivela essere contaminato da invidie, cattiverie e odio reciproco tra le compagne; anche la più pura delle amicizie può rivelarsi essere solamente di comodo o addirittura trasformarsi in qualcosa di morboso.
Inizialmente, presa dall’entusiasmo per la nuova vita da adolescente, non ci fa troppo caso, ma quando anch’essa comincia ad essere presa di mira dalle compagne per essere riuscita ad entrare nell’ambita e selettiva sorority (il corrispettivo delle fraternity maschili nelle università americane) sorgono in lei, di conseguenza, i turbamenti tipici di quell’età.
Lungo i quattro numeri di cui è composta la serie, seguiamo la crescita di Nanako durante il primo anno di liceo; un avvicinarsi all’età adulta strettamente collegato all’esperienze scolastiche, in cui una predominante sarà la scoperta dell’amore.
Così come in “Versailles no bara”, l’ambiguità sessuale (rappresentata da un paio di compagne di Nanako viste dalle giovani studentesse come degli idoli e degli ipotetici “fidanzati”) è presente anche in questo manga, e sfocia a metà racconto in omosessualità.
L’argomento è trattato però con così tanta naturalezza e in modo graduale che non ha nulla di scabroso; peccato però si faccia marcia indietro nell’ultimo numero, dove una serie di agnizioni fanno sì che l’amore fra donne non si concretizzi e addirittura venga negato alla base: fra le tante cose, ad esempio si scoprirà che le due studentesse androgine intrattenevano serie e durature relazioni con coetanei maschi
Nonostante un eccessiva attenzione per colpi di scena e ansie dei vari personaggi, presentati con vera e propria angoscia che si dipinge sui volti, sfondi psichedelici (a mimare la psiche) e reazioni un tantino esagerate, questa serie riesce però ad analizzare l’animo femminile in maniera tutto sommato completa e veritiera, e soprattutto lo fa con il disegno - alla faccia d chi ritiene il fumetto un mezzo tutt’altro che adatto per argomenti di questo tipo! - e attraverso una storia di crescita vicina al romanzo di formazione.
Il tratto della Ikeda è molto adatto, con le sue linee leggere, a questa storia di donne; la sua bravura è sicuramente da approfondire, mi sono decisa infatti a proseguire con il famosissimo “Versailles no bara” di cui avevo visto solo l’anime.

 

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“Nana” n. 30: chi ha capito il discorso d’amore tra Yasu e Miu, alzi la mano. A me è sembrata una conversazione iniziata tanto per dare aria alla bocca.
A parte il sopraccitato sproloquio [quante volte avrò inserito questa parola nelle recenZioni scritte per questo manga?!?] ormai elemento fisso, in questo ultimo episodio la Yazawa ha imparato una nuova tecnica narrativa: avete presente nei film quando i personaggi hanno dei “flash mentali” che gli ricordano fatti avvenuti nel passato? e questi si presentano come discorsi con voce fuori campo con l’eco, o materializzazione a mo’ di nuvolette con l’intera scena che avviene lì dentro? [se qualcuno riesce a spiegarlo meglio si faccia avanti, che io sono in difficoltà… ^^] ecco, la Yazawa per farci capire che l’ha imparato bene ha seminato flash back di questo tipo praticamente in tutto l’albo. Che brava che è, vero?
E sarà proprio uno di questi flash-back a salvare Nana O. durante un attacco d’asma. Infatti Ren, memore dell’insegnamento di pronto soccorso di Yasu (“Se Nana avesse un attacco d’asma, falle respirare anidride carbonica – E dove la trovo? – Semplice, quando espiriamo emettiamo anidride carbonica”), si limona Nana. Commovente.
I lettori romantici intravederanno in questa scena l’amore che prevarica qualsiasi ostacolo diventando l’unico mezzo di salvezza: “Quando non ci sei, mi manchi come l’aria”.
Per me invece è tutta roba patetica.
Shin e Reira si sono definitivamente lasciati, e mentre Takumi placa (testuali parole della traduttrice!) Nana K. agitata all’inverosimile per aver saputo di quei due cuori infranti, le finte foto scandalistiche di questi ultimi vengono pubblicate su “Search”.
Nana K., cretina com’è, pensa solo al suo nuovo ruolo di fidanzata (?), moglie (?) in carica di Takumi, e chissenefrega dell’orda dei fans assatanate che la vogliono morta.
Colpo di scena finale con un flash-forward (la Yazawa s’è fissata con gli stop-spazio-temporali) abbastanza criptico in cui Nana K., in compagnia della figlia, rivede Takumi.
Cosa sarà successo…?

P.s.: le pagine extra non le leggo manco morta.

 

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“Strangers in Paradise – nuova edizione” n. 7: un bellissimo numero che ci riporta al primo incontro tra Francine e Katchoo sui banchi di scuola, e in cui si intravede anche un giovane Freddie.
Ci sono pagine divertenti e ironiche, ma anche molto commoventi in cui si parla di amicizia, sogni e le difficoltà di una vita troppo premature e assurde per un’età in cui non si è ancora “adulti”.
Il racconto per ora si conclude con la fine del flash-back per ritornare alla sera in cui Francine aspetta suo marito al ristorante e vede per caso Katchoo. 
Il resto dell’albo è costituito da un parodia del telefilm “Xena” di cui Terry Moore era fan, e in cui le nostre eroine prendono il posto di Xena e l’aiutante Olympia (in realtà Gabrielle). Divertente, ma avrei preferito leggere il prosieguo della trama principale.

Il tratto di Moore è in continua evoluzione, e questo non fa altro che giovare alla perfezione del disegno e delle espressioni dei personaggi (guardate ad esempio quelle della signora Peters – mamma di Francine - a pag. 24-25), quindi non mi resta che continuare a consigliarvene la lettura!

P.s.: per chi fosse interessato esiste anche un sito internet ufficiale www.strangersinparadise.com da guardare assolutamente l’animazione d’apertura.




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arte
27 febbraio 2007
"Lone wolf & cub" n. 1 e "Berserk Collection" n. 30

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“Lone wolf & cub” n. 1 di Kazuo Koike e Gôseki Kojima: un anno d’attesa perché il primo volume di questo manga ambientato nel periodo Edo (1600-1868) potesse essere MIO.
Avevo già parcheggiato nel negozio del “fumettaro” di fiducia tutti gli altri numeri, l’ultimo - il n. 22 - è appena uscito, ma mancando il primo (che è il fondamentale per qualsiasi serie) ho potuto iniziare a leggere questo manga solo ora.
Quello che più mi ha colpito di quest’opera è lo stile di Gôseki Kojima (Koike era invece lo sceneggiatore) che, essendo datato 1970 – data di pubblicazione del primo volume – è totalmente diverso da quello degli autori di ultima generazione; con questo però non voglio certo dire che è “vecchio”, è piuttosto caratteristico, particolare: gli occhi a mandorla non sono presi più in considerazione dai mangaka (almeno tra quelli che seguo io…) che tendono a generalizzare i lineamenti dei loro personaggi aiutando anche così lo sbarco in occidente dei loro lavori, in “Lone wolf & cub” invece la fisionomia è quella tipica giapponese, essendo anche una storia ambientata tra samurai, feudi medievale, rônin e kimono.
C’è chi sostiene sia troppo rozzo (!) ma, dico io, dove li trovate de visi di donna così delicati, ovali? e allo stesso tempo la capacità, in quelli maschili, di dare espressioni dure e spietate con l’aiuto di qualche riga? A me piace moltissimo…
Spicca poi la ricostruzione degli ambienti di quel periodo e il taglio cinematografico delle tavole: delle vere e proprie inquadrature che passano dalle panoramiche ai primissimi piani, e danno il senso di movimento del personaggio che si allontana dalla scena o di un atto che si compie in pochissimi secondi (rispettivamente: pag. 150 e pag. 174).
L’intero volume è composto da diversi episodi che, anche se slegati tra loro, riescono a delineare al lettore la psicologia e gli ideali di Ôgami Ittô, il rônin (samurai senza padrone) che per sopravvivere vaga per il Giappone con il figlioletto di tre anni accettando i più svariati e sanguinosi incarichi.
Difficile inizialmente seguire la storia disseminata di diversi vocaboli lasciati in lingua originale perché impossibile tradurli, ma a sopperire l’incomprensibile c’è il glossario a fine volume esaustivo e indispensabile. 
Devo dire che come primo volume questo manga ha superato decisamente le mie aspettative!
A breve con i commenti dei restanti ventun numeri (oddio… ce la farò a leggerli tutti prima del 2020?).

 

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“Berserk Collection” n. 30 di Kentaro Miura: ho impiegato più di due mesi a rileggere dall’inizio l’intera saga con protagonista Gatsu il guerriero nero, ma era sia necessario che doveroso. Primo, perché dopo il primo numero sono passati quasi sei anni (!!) e ormai non ricordavo più molti degli aspetti secondari della storia che, anche se “marginali”, servono comunque all’evolversi dei numerosi intrecci; secondo, perché è un delitto lasciare un manga di così grande portata vegetare sulla mensola una volta letto senza riprenderlo in mano almeno una seconda volta; ma è un’opera così complessa che difficilmente si lascia dimenticare, e prima o poi tutti si lasciano prendere dalla voglia di rileggerlo.
In questi due mesi ho potuto così rendermi conto degli enormi cambiamenti a livello di struttura narrativa, disegno, trame, sottotrame, ecc… che nell’arco di sei anni sono difficili da percepire, perché tra la pubblicazione di un tankobon e l’altro come minimo passavano due mesi (ora anche sei o sette) ed è logico che l’evoluzione, con tempi di attesa così lunghi, la si perde un po’ per strada.
I disegni dei primi numeri, confrontati con quelli dell’ultimo, devo dire che erano un po’ rozzi ma possedevano comunque già dal principio una forte espressività; sono molto coinvolgenti e tuttora toccano il culmine con battaglie sanguinose in un attorcigliarsi di mostri, cadaveri, frattaglie, torture, stupri, arti mozzi e grande minuzia nel disegnare volti pietrificati dall’orrore o contorti dalla rabbia più feroce; ci sono però anche bellissime sequenze distensive in cui l’amore, l’amicizia e i sentimenti più nobili ne sono al centro dell’attenzione.
L’ultimo numero (il 30) mi ha lasciata però molto perplessa per il cambiamento radicale del volto di Gatsu (questo, più degli altri personaggi), non sembra quasi lui in alcuni primi piani. Avrei preferito che l’evoluzione stilistica di Miura si fermasse a dieci numeri fa, ma purtroppo la sperimentazione continua.
La ricostruzione storica del periodo medioevale in cui è ambientata la storia di Gatsu, è quasi maniacale (abiti, scarpine, pizzi, fiocchetti, baffetti, acconciature elaborate, armi, armature, palazzi, mobili) anche se contaminata da stili e trovate piuttosto moderne: il periodo di riferimento è il medioevo inglese - non a caso molti personaggi hanno nomi inglesi e il territorio in cui Gatsu e i suoi compagni si spostano è disseminato di regni e casate dagli appellativi britannici, e in un episodio gli stessi si ritrovano in un luogo molto simile a (anzi, è!) Stonehenge - tuttavia questa non è la regola fondamentale, dato che Miura si riserva la facoltà di discostarsi totalmente da quella che è la storia del vero regno anglosassone; dopotutto sin dal primo numero si è sempre parlato di Impero delle Midlands e mai di Inghilterra vera e propria. 
Insomma, è come se Gatsu e compagni agiscano e si trovino un una sorta di mondo parallelo, e il connubio tra realtà e finzione (anche se non è il termine esatto…) è molto forte anche nello sviluppo della vicenda: l’impersonificazione del male vive a stretto contatto con gli uomini, li tenta e sarà la causa e l’inizio dell’incubo terreno in cui Gatsu è costretto a vivere.
Ma Gatsu in un certo senso è tenuto a sopravvivere in quella dimensione satanica perché predestinato fin dalla nascita (e non aggiungo altro!); e se ci fate caso le sue orecchie, a differenza di quelle degli altri personaggi, sono leggermente a punta; richiamano così il mondo degli inferi e fanno da collante tra la vita e la morte che gli spettava di diritto sin dalla nascita (o non nascita, dipende dai punti di vista).
Anche la sua capacità di “entrare in berserk” – stato mentale che amplifica smisuratamente la forza fisica, permettendo all’individuo che ne è investito di compiere gesti naturalmente impossibili [collegato ai Berserker, guerrieri vichinghi al servizio di Odino, la cui particolarità era la stessa ripresa da Miura] – è unita alle conseguenze di cui si parlava poco sopra, tant’è che finora nessun guerriero o mostro avversario è riuscito mai a batterlo, caso mai il combattimento finisce in parità, segno che Gatsu possiede davvero qualcosa di ultraterreno, combinato agli obiettivi che si è prefissato (e anche qua sto sul vago) che gli permettono di amplificare il suo berserk.
A livello di trama, molto elaborata e con la comparsa e ri-comparsa a più riprese degli stessi personaggi, si dà vita a degli intrecci fittissimi e non si riuscirà mai a farne un riassunto senza rischiare di togliere suspance e mistero, e tanto meno ho l’insano proposito di riassumerla. Sarebbe impossibile!
Mi limiterò a un’analisi sommaria degli ultimi numeri, senza star lì a spiegare tutto – chi li ha letti capirà, chi no spero proprio si incuriosisca.

Con rammarico ho notato che ultimamente la trama ha avuto un aumento accelerato di bizzarri e ridicoli mostri. Fiere e creature infernali sono sempre stati presenti sin dal primo numero, e fin qui nulla di strano, anche perché sono uno dei punti di forza del manga, nessuno raggiunge la perfezione e la fantasia di Miura (confronto ovviamente le opere del Sol Levante da me fin qui lette); ma purtroppo gli ultimi mostri sembrano usciti dal circo Barnum: coccodrilli telepatici - bzzz bzzz… passo e chiudo! - elefanti che camminano su due zampe come ne “La fattoria degli animali” di Orwell (ah, non c’erano elefanti lì…?), lucertole-cavallo-oca con piedi palmati ed elefanti (aridaje!) mastodontici che sembrano usciti da un quadro di Dino Buzzati.
Il tutto così sembra prendere una piega più fantasy, ma secondo me “Berserk” è tutto tranne che fantasy. Troppo riduttivo inserirlo sotto questo genere!
Anche l’arrivo della maghetta Shilke qualche numero fa, poteva già far presagire un seguito simile. I suoi poteri magici hanno condizionato l’agire di tutti i personaggi, Gatsu compreso, che dipendono così dal suo aiuto per districarsi da situazioni rischiose.
Ma, sinceramente, i suoi mantra tantrici e annesse cagate varie (come “materializza la mela, materializza la meeelaaa”) non è che mi vadano proprio a genio.
Shilke ha inoltre causato lo spostamento d’attenzione dal triangolo Gatsu-Farnese-Serpico alla sua infatuazione per lo stesso Gatsu, che già prevedo non porterà da nessuna parte: lei è una ragazzina e Gatsu ha altro per la testa.
Invece il triangolo di cui sopra aveva ottime basi di sviluppo, ma – mannaggia a te Miura! – si è deciso di lasciar perdere chiudendo quel capitolo escludendo del tutto il povero Serpico, adducendo principalmente al rischio di incesto (che poi Farnese è così perversa che era anche piuttosto plausibile e non improbabile), e lasciando l’infatuazione della comandantessa delle Sacra Catena di mi’ nonna per Gatsu in primo piano a pari passo con quella di Shilke.
Ma, idem come sopra, Gatsu ha altro per la testa, e lui sotto quel punto di vista ha già dato, e la sua espressione dubbiosa diceva tutto [incontro ravvicinato del terzo tipo Farnese-Ammazzadraghi-Gatsu, ricordate?].
E poi Farnese è deboluccia, come potrebbe Gatsu accettarla come sostituta di Caska? Serpico era l’uomo giusto per lei, impassibile e impeccabile che cela dietro quella staticità un’arguzia sottile e diabolica. Ah, che uomo. [poi da quando il mese scorso ho scoperto che il nuovo farmacista giù in paese è uguale a lui… *sbav*]
Che dire di Caska e Charlotte? la prima saranno 89 numeri – scherzo, ma ci siamo quasi – che ha perso la ragione e le uniche parole che pronuncia sono gggh, mmgldosjhi e sprlfgmumh che di certo non aiutano il lettore a sperare in un suo imminente “rinsavimento”, e l’intero gruppo se la deve trascinare dietro a peso morto; la seconda sta lì a ricamare le gesta di Grifis-Phemt per poi volare via con lui, redivivo, sul suo letto a baldacchino nella notte.
Mi è venuto in mente “Pomi d’ottone e manici di scopa”. Grasse risate.
Però, tirate le somme, Charlotte al momento resta il personaggio femminile più interessante; lasciata in disparte troppo presto, ora che si è potuta ricongiungere con il suo amato (anche se è un amore a senso unico, a parer mio) la sua presenza sarà fondamentale per l’evolversi dei prossimi episodi. Mi ricorda anche le protagoniste dei romanzi Ottocenteschi, che trasposte in versione manga corrispondono, di recente, a “Emma” di Kaoru Mori.
La formazione della nuova Armata dei Falchi, di nuovo capitanata da Grifis-Phemt, è presentata in maniera impeccabile, dopo un calo di tensione con battaglie tutte uguali che occupano interi tankobon e pochi fatti da raccontare. Queste pagine invece sono l’apoteosi.
Ho notato però che, purtroppo, le vicende di Gatsu stanno procedendo sempre più verso il finale, anche se fin troppi fatti sono ancora in sospeso – come la figura del Cavaliere del Teschio, ad esempio – la ricerca di una nave per raggiungere la terra natia di Pak porterà l’intero gruppo verso la libertà, ed è proprio la parola “libertà” che mette un po’ d’ansia: una volta raggiunta, significa che le gesta di Gatsu si concluderanno e che i lettori affezionati, non potendole più seguire, si sentiranno un po’ abbandonati.
Ma come è giusto, nulla può durare in eterno e “Berserk” è comunque costretto ad arrivare a un finale definitivo.

n.b.: il numero in questione non è recente, è infatti uscito a novembre del 2006 ma per motivi, diciamo, logistici  , l’ho letto solo qualche settimana fa.




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CULTURA
20 febbraio 2007
Nuvole parlanti...

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“Happy mania” n. 8: il numero di questo mese, oltre a differenziarsi per la particolare bruttezza della copertina, sembra portare a Shigeta un po’ di quella felicità maniaca tanto attesa.
Ma come dissi nella recenZione dello scorso numero, ti pareva se non andasse qualcosa storto! Tamekichi è infatti uno psicopatico che si comporta come Jack Torrance in “Shining”, e Shigeta, temporaneamente risucchiata nell’insano vortice del fidanzato, riesce però ad avere un barlume di lucidità mentale sufficiente per capire in che situazione sia precipitata.
Il solito encefalogramma piatto si è impossessato del mio cervello, e ho letto l’intero albo con uno sguardo da triglia: migliorano i disegni, ma la comicità è scomparsa e le avventure della protagonista non portano più soddisfazione, anche se il colpo di scena con cui si chiude il volume potrebbe condurre a sviluppi interessanti. Si spera…

 

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“Strangers in Paradise – nuova edizione” n. 6: la nuova edizione del bellissimo fumetto di Terry Moore è arrivata a pari con l’edizione pocket (una vera ciofeca, detto con tutta sincerità).
Per chi si è perso qualche puntata: dopo aver seguito dal primo numero in versione pocket le vicende di Francine e Katchoo – modico prezzo di copertina per un formato pessimo – ho accantonato il tutto dopo la pubblicazione del settimo numero, per ricominciare la serie dal primo volume nella nuova edizione cartonata – i 10 € del prezzo di copertina tutto sommato non sono troppi perché li valgono tutti.
C’è da precisare che questo cartonato contiene una parte del n. 6 e l’intero n. 7 del formato pocket. Questa diversità non so da cosa sia dovuta, ad ogni modo il cartonato segue la versione originale americana, e questo è sufficiente a togliere ogni dubbio e a farmi dimenticare definitivamente il mediocre formato economico.
A breve sarà pubblicato il n. 7, che ci porterà in una nuova fase (l’ennesima dopo tante turbolenze) della vita delle due amiche.

P. S.: per saperne di più su questo fumetto, le recenZioni dei numeri passati le trovate nella solita sezione in alto a destra.

 

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“Slam Dunk Deluxe” n. 2-3: lunghe partite caratterizzano questi ultimi due numeri; potevano essere davvero noiose ma al contrario scorrono veloci. E queste, insieme agli allenamenti, ai tifosi sfegatati delle due squadre (Shohoku vs Ryonan nel terzo numero), le cheerleader oche, le stupidate di Hanamichi Sakuragi (come l’incubo del secondo numero e il clistere all’allenatore del Ryonan) concorrono a formare un manga spassoso e soprattutto mai irreale nelle sequenze in cui si scende in campo – cosa che succedeva invece per Holly e Benji che si trovavano in campi da calcio con discese e salite.
Tutto il manga è incentrato sul basket e di conseguenza sull’ambiente scolastico; raramente vediamo agire i personaggi al di fuori di quel ambito, ma la costruzione di questo spaccato di vita è così naturale che mai si sente la mancanza di qualche elemento aggiuntivo per capire meglio i personaggi.
Inoue, come ho avuto modo di sapere (non conosco molto bene questo autore) vive per il basket, e le sue creature di riflesso non hanno bisogno di altro.

 

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“Nana” n. 29: che Mai Tsuzuki (Misato) nasconda qualcosa ne sono certa, perché altrimenti crearsi una falsa identità? Lei sostiene che un santone – o qualcosa di simile – le ha dato questo suggerimento per meglio facilitare l’incontro con Nana O., ma secondo me l’ha fatto perché nessuno deve sapere chi è veramente, e la sua sorpresa/angoscia al sapere che una suo omonima (Misato Uehara) è riuscita a conoscere Nana O. è piuttosto eloquente. Spremendo le meningi direi che Tsuzuki non è nemmeno il suo vero cognome e che è in stretto legame con Misato Uehara.
Dopotutto non si era mica detto che Nana O. era stata abbandonata da piccola dalla madre? E la signora Uera è possibilissimo sia proprio sua madre, quindi Misato Uera sarebbe la sorella(stra) e Mai qualcun’altra della famiglia.
Il mistero si infittisce.
Nel frattempo Nana K. non riesce a ragionare nemmeno al momento del tanto agognato matrimonio con Daewoo Takuma, e quest‘ultimo rivela senza mezzi termini le sue trame malvagie. Sempre più bastardo. [ma il pancione dov’è?]
Il bacio con la lingua tra Ren e Shin, che doveva essere divertentissssimo, va in sostituzione, compensandoli, dei turpiloqui in questo numero quasi del tutto assenti. A me però son cadute le braccia lo stesso.
C’è qualcosa da aggiungere sull’amore sbocciato tra Yasu e la semi-suicida Miu? Per colpa sua Yasu, che ora ha occhi solo per lei (e si è tolto definitivamente gli occhiali scuri!), ha deciso di scrollarsi di dosso Nana O.. Spero si mollino in fretta.
Si tocca il trash con “La samba della coccinella versione punk” (!!!).




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CULTURA
1 febbraio 2007
"Emma" n. 2; "L'autoroute du soleil" di Baru - ed. La Repubblica

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“Emma” n. 2: quanta delicatezza in questo manga… non c’è mai una parola di troppo, i dialoghi sono essenziali ma efficaci per il loro contenuto stringato, i personaggi si muovono da una vignetta all’altra mantenendo sempre un ferreo autocontrollo in ambienti impeccabili e disegnati con perfezione; ma sguardi e movimenti repentini denotano una certa irrequietezza di fondo, e sono proprio questi sguardi a giocare un ruolo fondamentale in questo numero in cui molte sono le sequenze “mute”, dove solo i disegni descrivono sensazioni e pensieri non detti.
La pacatezza e il ritmo molto piatto, una costante però tutt’altro che fastidiosa del manga, aumentano l’impatto dei colpi di scena sul lettore, e si segue l’improvvisa partenza di Emma, con William che cerca - correndo come un disperato - di rivederla per un’ultima volta, con più trasporto del normale. Anche perché per sapere che fine farà la relazione impossibile tra i due giovani, ci tocca aspettare due mesi…

Curiosità: anche la sovraccoperta è divisa in due come il mondo in cui vivono Emma e William: da una parte è ritratta la classe meno abbiente (sempre alle spalle di Emma) e dall’altra metà la gentry (nel primo volume c’era William, mentre in questo la defunta Signora Stoner).

 

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"L'autoroute du soleil" di Baru - ed. La Repubblica: una storia di formazione adolescenziale che fa acqua da tutte le parti.
Karim va a letto con la moglie di un malavitoso, viene beccato dal coniuge cornuto ma fa in tempo a scappare aiutato dall’ingenuo amico Alexandre.
I due, per 235 pagine, non fanno altro che scappare, scappare, scappare, scappare e sull’autostrada del Sole (francese… non quella Milano-Napoli) incontrano sempre qualcuno che dice: “Ehi, miei piccoli amici, vi aiuto io!”.
Al giorno d’oggi in autostrada alle quattro del mattino puoi trovarci, come minimo, anche Annibal the Cannibal, ma loro trovano sempre tutta bella gente disponibile...
Intanto hanno sempre alle calcagna gli scagnozzi del cornuto, quindi cosa fanno? Scappano. Ovvio.
Riescono anche a diventare corrieri della droga (a loro insaputa), a ricattare uno sfigato, a trovare delle fanciulle tettone, a circumnavigare il globo terrestre, a mettere k.o. i cattivi e a tornare a casa sani e salvi.
Fine.
E meno male.




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CULTURA
16 gennaio 2007
"Una trilogia inglese" di Floc'h e Rivière - ed. La Repubblica

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I francesi Floc’h e Rivière firmano in coppia questa trilogia interamente ambientata in Inghilterra tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50.
Tre storie caratterizzate dal tratto detto “linea chiara”: tecnica che prevede segni netti, nessuna ombreggiatura, ballons rettangolari e scenografia dettagliata in maniera maniacale (ad esempio suppellettili di ogni genere occupano i mobili presenti nelle vignette, anche nei punti più nascosti, le case sono disegnate mattone per mattone, l’abbigliamento è talmente curato da lasciare il lettore sorpreso).
I personaggi feticcio di Floc’h e Rivière sono la scrittrice Olivia Sturgess e il sosia di Groucho Marx, Francis Albany (in copertina).
Sono loro a condurre e risolvere i misteri che segnano le tre storie presenti nel volume, misteri soprannaturali o più semplicemente delitti perfetti.
Ma sono tre racconti in cui prevale una certa spocchia francese e, tenendo conto che la classe sociale protagonista è la media borghesia inglese notoriamente sofisticata, il mix è esplosivo (in senso negativo...). La summa di queste fastidiose impressioni la si può trovare nel primo racconto sottoforma di lettera illustrata, che va separato dalla trilogia vera e propria: Olivia, alla morte di Francis, scrive una lettera d’addio all’amico ormai scomparso in cui per venti pagine (tralasciando quelle composte da soli disegni) non fa altro che dire quanto era bravo Francis, quanto era intelligente, quante persone famose conosceva, quanto era questo, quanto era quello. Nervosismo alle stelle.
Dopodiché il mio encefalogramma è precipitato nella noia più totale nell’immergersi nei tre racconti successivi che leggerli è come vedere lo stesso episodio del Tenente Colombo per sessantacinque volte di fila, e ha avuto dei picchi di attività celebrale solo alla vista dei disegni che, come già accennato, sono il segno caratteristico di questa coppia di autori.
In conclusione, un fumetto che non mi ha entusiasmata molto.
Meglio concentrarsi sulle tavole.




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"In nome dei miei" di Martin Gray

Ho letto nel 2007:

Molto prima dell’amore - A. Mancinelli
Germinal - É. Zola
La banda degli angeli - R. Penn Warren
Le particelle elementari - M. Houellebecq
Pel di carota - J. Renard
La città della gioia - D. Lapierre
Sonata a Kreutzer - L. N. Tolstoj
Le avventure di Arthur Gordon Pym - E. A. Poe
Diane Arbus - vita e morte di un genio della fotografia - P. Bosworth
La donna dello scandalo - Z. Heller
La mia famiglia e ealtri animali - G. Durrell
Racconti e romanzi - La visita - C. Cassola
Una vita diversa - C. Dunne
Poema a fumetti - D. Buzzati
Racconti e romanzi - Le amiche - C. Cassola
Latinoamericana - E. Che Guevara
Canone inverso - P. Maurensig
Arancia meccanica - A. Burgess
Canne al vento - G. Deledda
Il diario intimo di Sally Mara - R. Queneau
Rovine - S. Smith
Adelmo, torna da me - T. Ciabatti
Anna Karénina - L. N. Tolstoj
Bel-Ami - G. de Maupassant
Esercizi di stile - R. Queneau
I love shopping - Sophie Kinsella

Ho visto nel 2007: 

Un’ottima annata - R. Scott
Gli anni in tasca - F. Truffaut
L’uomo che amava le donne - F. Truffaut
Apocalypto - M. Gibson
Azur e Asmar - M. Ocelot
Kirikú e la strega Karabà - M. Ocelot
La cena per farli conoscere - P. Avati
Le particelle elementari - O. Roehler
Baci rubati - F. Truffaut
La fiammiferaia - A. Kaurismäki
Saturno contro - F. Ozpetek
Borat - L. Charles
Il giardino delle vergini suicide - S. Coppola
Notte prima degli esami - F. Brizzi
The libertine - L. Dunmore
Ho voglia di te - L. Prieto
300 - Z. Snyder
Thumbsucker: il succhiapollice - M. Mills
False verità - A. Egoyan
Nuovomondo - E. Crialese
The illusionist - N. Burger
Tutte le donne della mia vita - S. Izzo
Mio fratello è figlio unico - D. Luchetti
Canone inverso - making love - R. Tognazzi
Sunshine - D. Boyle
Pretty baby - L. Malle
A mia sorella! - C. Breillat
La vie en rose - O. Dahan
L’estate del mio primo bacio - C. Virzì
Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo - G. Verbinski