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IsabelleTostin
Senza gatti... non c'è paradiso
arte
30 gennaio 2007
Mostre: "Amore e psiche. Arte e seduzione", "Tamara de Lempicka" e "Buzzati racconta - storie disegnate e dipinte"

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“Amore e psiche. Arte e seduzione – da Renoir e Chagall, a Picasso e Warhol”
Villa Ponti, Arona (No)
dal 17 dicembre 2006 al 25 febbraio 2007

 

Un’indagine sull’amore e sulle modalità di rappresentare questo sentimento segna questa abbondante esposizione, non troppo didascalica, ma lasciata un po’ “al caso”, al trasporto emotivo che i quadri esposti trasmettono nel visitatore, che può così sperimentare direttamente quale differenza ci sia tra una visione più celebrale e una maggiormente corporea e concreta della passione provata verso l’oggetto del desiderio.
L’oggetto in questione è la donna, rappresentata nelle più svariate forme che spaziano da quelle più classiche fino a quelle di stampo cubista o contemporaneo che farebbero inorridire le femministe più ferree (a simbolo: un bel paio di baffi a guisa di peli pubici, o un corpo in plastica totalmente stravolto in cui la vagina finisce per essere in cima alla testa visibile a tutti – mi è venuto in mente il carissimo Helmut Newton).
Diversi modi di concepire e trasformare in arte il sentimento umano più complesso, che rimane però immutato nella sua essenza.
Pochi, come già detto, i pannelli esplicativi e ad accompagnamento dei quadri e delle sculture, e quelli che ci sono non sono altro che dei brevi riassunti biografici che mettono grottescamente in evidenza come la sfiga abbia costellato in gran parte la vita degli artisti in mostra (suicidio/pazzia batte morte naturale 20 a 5). Si segue la scia dei sensi nei corridoi e nelle sale della villa e si esce con le idee ancora più confuse sulla parola “amore”.

P. S.: fra i numerosi dipinti ve n’è uno, minuscolo, di Tamara de Lempicka: “La bella Rafaëla”.


(mostra visitata il 31/12/2006)

 

 

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“Tamara de Lempicka”
Palazzo Reale, Milano
prorogata fino al 18 febbraio 2007

 

Mi aspettavo qualcosa di più soddisfacente da questa mostra, tenendo anche conto che in Italia è dagli anni ’50 che di questa pittrice non si sono più organizzate esposizioni monografiche.
Tante le cose che mi sono andate di traverso, a cominciare dal libero accesso ai dipinti: né un vetro alle cornici, né una transenna a limitare la vicinanza dei visitatori [non è pericoloso per l’incolumità di tutti quegli originali?]; le sale, causa enorme affluenza di gente (che gli organizzatori se lo potevano aspettare) e pareti ad angolo che spuntavano dal nulla e messe lì in modo poco ordinato, in alcuni punti erano davvero strette e si finiva a stare a mezzo metro dalla tela; le targhette dei quadri erano scritte a passo 2 e illuminate con lampadine da 1 volt; inoltre, capisco il voler approfondire le tematiche e i pittori a cui la Lempicka si è ispirata per le sue opere, ma dedicare un’intera sala ai vari di cui sopra, credo abbia tolto un po’ di… fervore emotivo alla mostra, che dal suo scoppiettante inizio è andata poi scemando in una serie di ultimi quadri di ispirazione cattolico-moraleggiante e nature – davvero – morte di una Tamara ormai fiacca e segnata dalla depressione.
All’inizio invece si può ammirare la Lempicka famosa per la sua attenzione ai particolari ritenuti trascurabili, quella degli anni Venti-Trenta, dove ogni elemento presente nella composizione serve a dare il giusto equilibrio all’intera opera: un ricciolo metallico, le labbra rosse, le unghie smaltate, i gioielli – quasi ogni soggetto ha al dito almeno un anello, le pieghe del vestito attaccato al corpo come una seconda pelle, scorci di paesaggi spettrali alle spalle degli uomini e delle donne ritratti che rimandano a una metropoli desolata in cui svettano mastodontici palazzi alla “Metropolis” di Fritz Lang e cieli plumbei, ma che visti nella loro totalità non sono nulla in confronto al corpo del o della protagonista che occupa quasi tutto lo spazio disponibile della tela talvolta a grandezza naturale, i nudi tanto voluttuosi e carnali nonostante tracciati con linee vicine al tubismo di Léger; elementi che nell’insieme compongono un’artista che ha saputo creare un suo stile ben riconoscibile e capace di segnare un’epoca non solo in modo artistico ma anche come modello di vita, riuscendo a conquistare l’intera Europa con la sua classe e la sua eccentricità.
Ma come detto in precedenza l’ultima parte della mostra, dedicata ai dipinti tra gli anni ’40-’50, non offre molto coinvolgimento visivo, forse anche per l’impressione di vedere dei quadri fatti in serie e senza verve.
Mancano anche i nudi più famosi come “Adamo ed Eva” o “Gruppo di quattro nudi”, e il bellissimo “Autoportrait” dove la stessa Lempicka in verde sfreccia sulla sua auto dello stesso colore (quest’ultimo perché purtroppo non concesso dai proprietari alla mostra).
Piccole mancanze e dettagli trascurati che fanno però la differenza…
Tuttavia non mancano filmati d’epoca, fotografie, disegni a matita, lettere autografe e oggetti personali originali che ampliano la visione dell’artista e che fanno tutt’uno con i dipinti esposti, mostrandola in tutto il suo fascino non ancora scemato.
Della parte dedicata ai pittori e artisti contemporanei a Tamara, mi ha solo sorpreso positivamente il trovare il dipinto “Donna alla finestra” di Antonio Donghi, ingiustamente sottovalutato dalla massa, le cui opere si possono però ritrovare nel film “L’amore ritrovato” di Mazzacurati sottoforma di tableau-vivant, e una lunga serie di fotografie di Jacques-Henri Lartigue come testimonianza storica e di costume del periodo più prolifico della Lempicka, appunto gli anni Venti e Trenta.

Curiosità: i biglietti d’ingresso sono consegnati (a caso, o forse in base al giorno della visita) in più esemplari, a me è capitato quello che vedete sopra il titolo col particolare di “Jeune fille en vert”. 
 

(mostra visitata il 13/01/2007)
 

[All’uscita dalla mostra…]

 

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“Buzzati racconta – storie disegnate e dipinte”
Rotonda di via Besana, Milano
prorogata fino all’11 febbraio 2007

 

“Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pittore quindi non le “può” prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie. (Dino Buzzati, 1967)”

Per chi conosce poco o per nulla il Dino Buzzati disegnatore e pittore (quindi me compresa), la mostra allestita alla Rotonda di Via Besana a Milano riesce a dare un affresco completo del lato conosciuto da pochi di questo artista ritenuto dalla maggior parte solamente uno scrittore-giornalista.
Maggiore rilievo hanno nella mostra l’opera “Poema a fumetti” (rivisitazione in chiave fumettistica del  mito di Orfeo ed Euridice) e la serie di dipinti (finti ex-voto) “I miracoli di Val Morel”; oltre ci sono numerosi schizzi preparatori per diverse opere compreso “Poema a fumetti”, pagine originali di diari, dipinti, fotografie, oggetti personali (tubetti di tempera spremuti a metà, pennelli ancora sporchi di vernice), tavole originali tratte dal romanzo per ragazzi “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” (che avevo letto come compito alle medie e ne ero rimasta entusiasta), figurini per i costumi del balletto teatrale “Fantasmi al Grand Hotel” del 1960 e il famosissimo elogio alla città di Milano e al suo paese d’origine sotto le Dolomiti fusi insieme in un Duomo trasfigurato a montagna con guglie appuntite alla cui base, su un’erbetta verde, contadini stanno al lavoro con falci e balle di fieno.
Dipinti poetici, bizzarri e accomunati dal surreale, dagli incubi, il terrore, l’inquietudine, donne discinte con tacchi a spillo vagamente sadomaso, bocche lascive, vampire assatanate e fantasmi della notte, illusioni ottiche e comicità arguta ed intelligente racchiusa nelle didascalie che lo stesso Buzzati scriveva appositamente per i quadri e che, una volte lette, danno sempre uno scarto spiazzante sul significato iniziale delle opere e che ti lasciano a volte divertito e a volte piacevolmente interdetto.
Una bella mostra che, a mio parere, toglie anche un po’ di pregiudizi sul mondo del fumetto, difeso da Buzzati stesso che lo definiva, se fatto bene, un buon mezzo per diffondere cultura e arte; ma la mostra serve soprattutto a rivalutare il lato nascosto ma fondamentale dello stesso artista. 
 

(mostra visitata il 27/01/2007)




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18 luglio 2006
"René Magritte - L'impero delle luci"

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Ho aspettato fino all’ultimo per visitare questa mostra dedicata a Magritte e allestita nella bellissima villa Olmo a Como.
Il prezzo irrisorio per accedervi comprende anche una visione mozzafiato degli interni della villa, lasciati il più possibile esposti e non coperti dall’allestimento.
Così, tra un dipinto e l’altro, è possibile ammirare i soffitti e le pareti riccamente decorati, abbelliti da enormi lampadari, statue e ornamenti di vario tipo.
Le opere di Magritte esposte sono più di sessanta, e si spazia dal primo cubismo dell’inizio degli anni ’20, secondo me troppo legato alle regole del movimento pittorico (i cubisti son tutti uguali…), ad oli, carboncini, manifesti, fotografie, lettere e oggettistica che hanno molti aspetti in comune col surrealismo, un surrealismo che, in rapporto con Magritte, è però concepito con segni ed espressioni create “ad hoc” dal pittore all’insegna di un’iconografia apparentemente banale (una mela, la classica bombetta, le colombe, la pipa, ecc…), ma che ha lo scopo di suscitare nel fruitore una serie di pensieri che lo porteranno ad arrovellarsi sul vero significato dell’opera, ma al quale non riuscirà mai ad arrivare pienamente, perché una delle regole portanti nell’arte di Magritte è l’osservare senza chiedersi troppi perché.
Molti dei suoi quadri mi hanno sconcertata e lasciata con un senso di angoscia, di inquietudine, dei sentimenti non gradevoli che hanno però contribuito a farmi capire la forza visiva di Magritte e a rimanerne affascinata.
Gli uccelli-foglia de “L’isola del tesoro” e “Il sapore delle lacrime” sono mostruosi, terrificanti; nel primo sgranano gli occhi minacciosi, spiccano un volo che non li porterà da nessuna parte perché inchiodati a terra dal loro stesso stelo, e sono in netto contrasto con la calma e la serenità del mare alle loro spalle e del cielo velato solo da qualche nuvola;  nel secondo il solitario uccello è roso da un bruco che ha già lasciato ben visibile il cielo scuro oltre il  suo busto.
La scala di “Irène o la lettura vietata”, così come le ali degli uccelli-foglia, non porta da nessuna parte e l’asetticità  della stanza contribuisce ad aumentare un senso di ansia.
Le enormi dimensioni di “Il giocatore segreto” (152 x 195 cm) viste dal vivo danno sensazioni completamente diverse dal vederle riprodotte in formato “cartolina” sul catalogo: il dipinto riprodotto ha poca carica emotiva, si ha l’impressione di osservare i classici dipinti surrealisti senza guizzi; lo stesso invece visto dal vivo è molto d’impatto, la donna imbavagliata rinchiusa in una sorta di armadio (nel catalogo e definito invece come un “mausoleo”…) mi ha spaventata, anche perché è quasi a grandezza naturale, lo stesso vale per quei birilli enormi che sovrastano quasi tutta la tela, dai quali spuntato dei rami fra i quali fluttua una mastodontica tartaruga.
Mi ha invece infuso calma e serenità “L’estate”, con i suoi colori accesi e quella bandiera che sventola riflettendo il cielo terso oltre le mura del palazzo.
E guardando “Architettura al chiaro di luna” si ha quasi l’impressione, allungando il dito, di toccare e “sentire” i gradini della scala bianchi e netti in quell’atmosfera bluastra tipicamente notturna.
Non molto bella le serie di quadri dipinti con colori sgargianti e pennellate lunghe, profonde: mi hanno ricordato molto lo stile di Van Gogh, ma gli unici pregi di questa parte debole della mostra sono stati gli alberi-foglia di “L’incendio”, le ciminiere rosa de “L’intelligenza” - sempre abituati a vederle scure, dalle quali escono fumi tossici grigi e fuligginosi, qui sembrano quasi disegnate con  la spensieratezza di un bambino - e i monoliti de “Le mille e una notte” che ricordano molto quello che si erge ne “2001- Odissea nello spazio” di Kubrick. Per quanto riguarda la donna de “La mietitura”, aveva ragione una bambina che è capitata vicino a me mentre osservavo il quadro: “Sembra di vedere i cotton-fioc (i batuffoli di cotone colorati, n.d.r.)”.
Curiose le metamorfosi: una carota che si sposa con una bottiglia dando vita ad un ibrido (che mi ricorda un missile o… una supposta).
Poi ci sono i classici oggetti magrittiani: la bombetta; la pipa; l’uomo in giacca e cravatta; una candela che invece di fare luce oscura tutto ciò che dovrebbe illuminare (“La fata ignorante”); i sonagli; le nuvolette bianche delle quali la summa è “La corda sensibile” voluttuosa, candida e perfetta; i cieli blu cosparsi di piccoli puntini bianchi: le stelle; le rose e le colombe.
Peccato però non fosse esposto il famosissimo “Il tradimento delle immagini” e “Golconde”.
E’ stata una bellissima mostra e un’occasione per vedere per l’ultima volta in Italia, così in blocco, tutte le oltre sessanta opere che dal 2007 verranno definitivamente esposte solo a Bruxelles.
Ricorderò di Magritte, oltre a tutta l’iconografia elencata più sopra, la sua firma piccola e tracciata sulle tele a volte di sbieco, quasi sotto sopra, con noncuranza, camuffata nel disegno e un po’ infantile nelle sua fluidità perfetta.

[mostra visitata il 15/07/2006]




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10 giugno 2006
Fernando Botero - "Arte e felicità"

Concentrata e telegrafica è questa mostra dedicata a Fernando Botero: poco più di venti opere tra nature morte, nudi femminili, soggetti vari e sculture di donne burrose.
E’ la prima volta che entro nella Galleria Tega di Milano, sede della mostra, quindi non so come vengano di solito allestite le esposizioni da loro curate, ma a prima vista questa mostra mi è sembrata senza troppe pretese, in un ambiente così ristretto in cui non era facile apprezzare al meglio i quadri di grandi dimensioni, come quello che ritrae una donna di spalle il cui morbido corpo occupa quasi totalmente la superficie della tela e di cui non so nemmeno il titolo, dato che per nessuna opera o scultura era prevista una targhetta esplicativa (chiara mossa commerciale per indurre gli astanti ad acquistare il catalogo dell’esposizione…?).
La mostra comunque è davvero gradevole, i colori sgargianti dominano i dipinti di Botero e, anche in quelli in cui sono presenti sfondi scuri, quello che emerge non è mai tristezza ma la felicità del titolo della mostra, in cui l’austerità apparente che traspare dalle posture dei soggetti è più buffa che cupa, alleggerita anche da tutta una serie di particolari (un anello, degli orecchini, la trama di un vestito, lo smalto rosso sulle unghie, ecc…);  le fette d'anguria delle nature morte sono così tonde, piene, colorate, succose, che si ha quasi il desiderio di addentarle; una caraffa panciuta e prosperosa ha quasi le sembianza di una fila di salsicce appese; una finestra aperta incornicia un cielo terso nel quale passano nuvolette bianche simili a quelle di Magritte che fanno pensare all’infinito, mentre una porta socchiusa svela invece degli ambienti domestici in cui le tipiche donne boteriane sono colte in atteggiamenti intimi (nel bagno mentre si spazzolano i capelli ad esempio) o “casalinghi”.
I soggetti ritratti tendono quasi sempre a rivolgere lo sguardo oltre le nostre spalle, verso un punto indefinito; questo secondo me non indica distacco e sterilità della scena ritratta (come spesso i critici ritengono), ma un modo per eliminare il fattore voyeuristico, la malizia: l’apparente indifferenza dei personaggi evidenzia la tranquillità e la serenità, soprattutto in quadri in cui le donne vengono colte nella  loro totale nudità, una nudità che in questo modo diventa una “cosa normale” e non una cosa su cui sghignazzare sotto i baffi data l’opulenza delle figure e le enormi dimensioni di cosce e glutei.
Le sculture, poi, rendono in maniera tridimensionale gli abbondanti corpi femminili; si ha l’impressione di vedere uscire dalla tela e materializzarsi lì davanti a te la stessa donna dipinta, effetto curioso accentuato anche dal fatto che i volti appartengono quasi tutti alla medesima modella.
E’ quindi una mostra davvero interessante, peccato per la sua “telegraficità”: si può benissimo visitare in un’ora scarsa… molto scarsa…




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13 maggio 2006
Helmut Newton - "Sex and landscapes"

Atmosfera sofisticata sui toni del nero e fucsia, lastre di vetro per terra, moquette nera, poltroncine e divanetti di velluto nero, pareti completamente ricoperte di specchi, musica in sottofondo, drappi neri che nascondono piccole salette nelle quali al buio vengono proiettati spezzoni di interviste, conferenze e il dietro le quinte di alcuni set fotografici di Helmut Newton. Ecco come si presenta la mostra a Palazzo Reale (Milano) incentrata sulle fotografie del celebre fotografo di moda, che hanno come filo conduttore i paesaggi e il sesso, scattate tra la metà degli anni ’70 e il 2002.
Peccato per l’illuminazione, che passa da perfetta (nemmeno un riflesso sul vetro delle cornici, per le quali in alcuni casi era prevista un’illuminazione proprio sul retro del quadro), a pessima con i faretti direttamente puntati sulla fotografia con la luce che rimbalza in ogni dove. L’illuminazione è il solito problema in cui si incappa spesso in mostre di questo tipo.
I due argomenti della mostra sono quindi il sesso e i paesaggi, ma la soddisfazione e il piacere di guardare in formato “gigante” fotografie che hanno come soggetto dei paesaggi (vedute aeree, scorci di vita urbana, paesaggi marini), non sono state le stesse che ho provato nel guardare le fotografie che illustrano il sesso dal punto di vista di Helmut Newton.
Non vorrei sembrare la solita femminista, ma avete idea di come la donna viene da lui raffigurata?
ELLA, in qualsiasi scatto, è ripresa nelle posture più intime possibili; completamente nuda o vestita di pelle; munita di frustini e tacchi a spillo; sistemata per terra come le bambole gonfiabili di un paio di altri scatti; fotografata sempre dal basso, angolazione questa che mette inevitabilmente in evidenza il punto G, quasi con morbosa insistenza, e nel caso in cui non si veda bene (nel caso di riprese frontali), a sopperire a questa mancanza ci pensano un bello specchio o un vassoietto opportunamente inclinati.
La ripresa dal basso secondo me non indica, come si potrebbe invece pensare logicamente, una supremazia del genere femminile su quello maschile, ma anzi è solo la miglior postura per avere subito sott’occhio “l’io più profondo” della donna.
L’uomo nelle fotografie accompagna le modelle in quattro (o poco più) scatti, è sempre vestito e guarda lascivamente le nudità femminili in chiaro atteggiamento voyeuristico. In alcune fotografie è anche sostituito da una serie di pistole (e sappiamo benissimo tutti qual è il senso metaforico di quegli aggeggi), e nell’ultimo scatto in cui appare fisicamente, di lui si vedono solo i piedi che calpestano una gigantografia vaginale. Più chiaro di così.
Per Helmut Newton la donna è un oggetto, da spupazzare, guardare, spiare (“Hinterhofakt - Paris, 1974”), esaminare clinicamente.
I critici favorevoli a questo sbandieramento “vulvare” possono benissimo dire che «questa mostra fotografica mette in evidenza dei risvolti estetici, delle riflessioni socio-culturali (???) e spunti di una liberazione ed emancipazione sessuale per nulla scontata a quell’epoca (quale, prego?)», e che «Newton non ha mai mostrato le donne come semplici “oggetti”, ma come donne consapevoli di sé, della propria bellezza e del proprio potere seduttivo», ma per la sottoscritta, in veste di DONNA consapevole di sé e della propria carica seduttiva, il farsi fotografare in maniera simile oltrepassa il limite tra nudo d’autore (guardate quelli di Man Ray o di André Kertész ad esempio: nelle loro fotografie è perfettamente visibile una certa soddisfazione femminile nel mettersi in mostra, nel guardare direttamente nell’obbiettivo) e morbosità sessuale.
Newton ha solo soddisfatto una sua voglia erotica con lo scattare simili fotografie, che definirle sotto la parola “Sex(and landscapes)” è un concetto troppo vasto, dato che l’unico soggetto mostrato è, appunto, la donna. Parlerei di “Sesso” nel caso sia mostrata anche la parte maschile.
Ribattezzerei quindi la mostra “Vulvas and landscapes”.
Buona visione.




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15 gennaio 2006
"Storie di sguardi"

Pensavo di essere l’unica ieri a non aver ancora visitato la mostra “Storie di sguardi” a Milano, essendo oggi l’ultimo giorno di apertura, invece nelle due sale adibite per l’esposizione c’era molta gente tra cui un bambina urlante e un uomo barbuto che scattava foto di straforo.
La mostra, divisa appunto in due sale, ripercorre i primi 150 anni della nascita della fotografia, partendo dal 1827 con il primo esemplare scattato da Niépce, proseguendo poi con i dagherrotipi e finendo con la seconda metà del Novecento e le fotografie di moda.
Molto interessanti le didascalie che accompagnano ogni fotografia e in cui vengono spiegati al visitatore tutti i passaggi e le invenzioni legate alla macchina fotografica e agli artisti più importanti che si sono cimentati con essa; didascalie molto più dettagliate erano stampate su tessuti rossi e appesi alle pareti.
Le fotografie esposte sono tutte riproduzioni dall’originale, tranne le fotografie e i dagherrotipi  autentici esposti in alcune teche al centro della seconda sala, un peccato però non aver visto un originale di almeno una delle molte opere esposte; a colmare la sottile delusione c’erano però i tre o quattro dagherrotipi intrappolati nelle teche, di cui uno davvero singolare: una spilla rotonda d’oro (?) al cui interno era incastonato un piccolo dagherrotipo raffigurante delle fanciulle.
Sarà che preferisco gli artisti tra Ottocento e anni Trenta, ma le opere esposte riguardanti gli anni ’50-’60-’70 le ho poco apprezzate. Opere come “Ritorno alla ragione” di Man Ray o “Nudo, Parigi” di Pierre Louÿs sono entrambi dei nudi femminili come “Senza titolo (Topolino)” di Les Krims, ma quest’ultima non ha niente a che fare con il fascino suggestivo e totalmente privo di volgarità e morbosità delle opere di Louÿs e Man Ray. Ma dato che la mostra ha l’intento di ripercorrere poco più di cent’anni di arte fotografica, è giusto che ci siano anche opere di quel tipo che hanno segnato un distacco e un’innovazione da quelle prodotte nei precedenti anni (che però mi ostino a precisare sono di gran lunga migliori).
Per chi vuole saperne di più e per chi non è riuscito a visitare la mostra, è disponibile il catalogo composto da tre volumi in cui si ritrovano tutte le opere esposte e anche di più, accompagnate da un testo critico; ma la qualità delle riproduzioni su carta in alcuni casi non è perfetta.
Altra pecca le luci che illuminano le opere esposte nelle due sale, che in alcuni punti erano sistemate malamente, questo causava uno spiacevole riflesso sul vetro delle cornici che rendeva difficile la perfetta visione delle fotografie.
Nonostante questi due piccoli difetti è una mostra davvero molto interessante e utile per chi si vuole avvicinare a una delle arti più accessibili di questo ultimo secolo.




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18 dicembre 2005
Ludovico Einaudi in concerto

Qualche giorno fa avevo letto sul giornale del paese che oggi pomeriggio Ludovico Einaudi, accompagnato da due musicisti e una ballerina, si sarebbe esibito nell’abbazia di Morimondo.
Dato che Morimondo è a due chilometri da casa mia, ho convinto Hawk (il misterioso individuo che ho costretto a partecipare con me ad ogni Cineforum) a seguirmi in questa avventura, anche perché per cinque minuti di macchina non sarebbe morto nessuno.
Premetto che seguo Ludovico Einaudi solo da un anno, cioè da quando, partecipando ad un laboratorio universitario tenuto da Morando Morandini, vidi un cortometraggio la cui colonna sonora era il brano “Le onde” di Ludovico Einaudi. Quel pomeriggio non capii nulla del cortometraggio, ipnotizzata com’ero dalla melodia composta da uno sconosciuto con il suo pianoforte. Tornai a casa e ne parlai a mia sorella in modo talmente convincente che comprò il cd omonimo, così adesso Einaudi piace anche lei.
Il concerto inizia alle 17:00, arriviamo davanti all’abbazia alle 16:00 e ci rendiamo conto che non siamo gli unici, come invece avevamo creduto fino all’ultimo: un discreto gruppetto di assatanati è già pronto in pole-position sul sagrato della chiesa, e quello che rimane della gradinata è già occupato da allegri individui che si scattano foto l’un con l’altro per suggellare l’evento. Ci infiliamo dietro questi ultimi.
Mentre con nonchalance mi soffio il naso, mi accorgo di esser stata fotografata insieme alle amichette del gruppetto di cui sopra. Sarò ricordata così, col fazzoletto in mano.
La gente continua intanto ad arrivare e alle 16:50 il piazzale della chiesa è già pieno. Meno male che dovevamo essere solo in quattro gatti, perché “chi vuoi che conosca Ludovico Einaudi???”.
Alle 17:00 la folla comincia a scalpitare e anch’io che, oltre ad avere i piedi congelati, non sopporto più la nanerottola dietro di me che starnazza e ride come un’oca.
Si apre il portone della chiesa e TUTTI iniziano a vociare animatamente, chi cerca la moglie, chi la fidanzata, chi l’amico, ecc… Ci fanno entrare a gruppi e vedendomi letteralmente spinta in avanti da una panciata nella schiena da un pirla dietro di me, perdo tragicamente il mio accompagnatore.
Sconsolata prendo posto a metà navata, ma pochi minuti dopo vedo arrivare grugnendo Hawk.
Alle 17.15, o poco più, il concerto inizia dopo la predica del prete che ha concesso l’abbazia per la serata.
Applauso. Tutti gli occhi puntati verso l’altare dove un pianoforte nero attende Ludovico Einaudi. Non arriva nessuno. Applauso. Nemmeno adesso arriva ness… ah, ecco, dalla sacrestia escono Ludovico Einaudi (”Ma è basso!” penso io, comunque affascinata), Hugh Marsh, Mercan (letto “mercian”) Dede e la ballerina Tanya Evanson.
La musica elettronica di Dede accompagna il pianoforte di Einaudi e il violino di Marsh, creando così un’atmosfera suggestiva, ipnotica, fatta di suoni che accomunano tradizioni musicali, rappresentate dai canti sufi, e modernità.
Il concerto, suddiviso in quattro parti, prevede anche l’accompagnamento di una ballerina, Tanya Evanson, che durante il terzo brano segue la musica danzando come i dervishi rotanti, vestita di un abito rosso dall’ampia gonna che per quindici, o forse più, interminabili minuti volteggia seguendo i movimenti della ballerina che si ferma solo al termine del brano. Mi chiedo come avrà fatto a non aver un capo giro, comunque è davvero brava!
Ho apprezzato molto le parti dei brani in cui il pianoforte di Ludovico Einaudi prevale sugli altri strumenti, estasiata quindi a metà del quarto brano in cui Einaudi esegue un assolo di quasi dieci minuti, per poi continuare insieme a Marsh e il suo violino.
A metà concerto Einaudi ha presentato i componenti del gruppo, ho potuto sentire così anche la sua voce dalla strana inflessione, milanese o torinese…?
Per essere il primo concerto di Ludovico Einaudi a cui assisto ne sono rimasta favorevolmente colpita (mi sembra anche ovvio!), le sue melodie riprodotte su cd sono totalmente emozionanti e straordinarie ma ascoltate dal vivo acquistano aspetti e trasmettono sensazioni che un semplice cd non può certo dare.
Ora ho capito cosa voleva dire Walter Benjamin!

 

 




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"In nome dei miei" di Martin Gray

Ho letto nel 2007:

Molto prima dell’amore - A. Mancinelli
Germinal - É. Zola
La banda degli angeli - R. Penn Warren
Le particelle elementari - M. Houellebecq
Pel di carota - J. Renard
La città della gioia - D. Lapierre
Sonata a Kreutzer - L. N. Tolstoj
Le avventure di Arthur Gordon Pym - E. A. Poe
Diane Arbus - vita e morte di un genio della fotografia - P. Bosworth
La donna dello scandalo - Z. Heller
La mia famiglia e ealtri animali - G. Durrell
Racconti e romanzi - La visita - C. Cassola
Una vita diversa - C. Dunne
Poema a fumetti - D. Buzzati
Racconti e romanzi - Le amiche - C. Cassola
Latinoamericana - E. Che Guevara
Canone inverso - P. Maurensig
Arancia meccanica - A. Burgess
Canne al vento - G. Deledda
Il diario intimo di Sally Mara - R. Queneau
Rovine - S. Smith
Adelmo, torna da me - T. Ciabatti
Anna Karénina - L. N. Tolstoj
Bel-Ami - G. de Maupassant
Esercizi di stile - R. Queneau
I love shopping - Sophie Kinsella

Ho visto nel 2007: 

Un’ottima annata - R. Scott
Gli anni in tasca - F. Truffaut
L’uomo che amava le donne - F. Truffaut
Apocalypto - M. Gibson
Azur e Asmar - M. Ocelot
Kirikú e la strega Karabà - M. Ocelot
La cena per farli conoscere - P. Avati
Le particelle elementari - O. Roehler
Baci rubati - F. Truffaut
La fiammiferaia - A. Kaurismäki
Saturno contro - F. Ozpetek
Borat - L. Charles
Il giardino delle vergini suicide - S. Coppola
Notte prima degli esami - F. Brizzi
The libertine - L. Dunmore
Ho voglia di te - L. Prieto
300 - Z. Snyder
Thumbsucker: il succhiapollice - M. Mills
False verità - A. Egoyan
Nuovomondo - E. Crialese
The illusionist - N. Burger
Tutte le donne della mia vita - S. Izzo
Mio fratello è figlio unico - D. Luchetti
Canone inverso - making love - R. Tognazzi
Sunshine - D. Boyle
Pretty baby - L. Malle
A mia sorella! - C. Breillat
La vie en rose - O. Dahan
L’estate del mio primo bacio - C. Virzì
Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo - G. Verbinski