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IsabelleTostin
Senza gatti... non c'è paradiso
cinema
3 giugno 2007
"Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo" di Gore Verbinski (2007)

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Dopo aver riassettato le idee su questo terzo episodio (visto lunedì 28 maggio) ho potuto appurare che la confusione che avevo nel cervello non era da ricondurre a quella ventina di colpi di sonno che mi hanno abbattuto a intervalli regolari sulla poltroncina durante la proiezione, ma a un effettivo aggroviglio “tramico” del film.
Vabbeh, sarà stata anche la visione di Libero De Rienzo, poco prima dell’inizio dei Pirati, in quel fotogramma durato un nano secondo nel trailer di “Milano-Palermo” a farmi andare un attimo in cortocircuito… [“Oddio! Libero De Rienzo!!!” *sbav sbav*]
Comunque.
Un bel minestrone questo film: effetti speciali a iosa che compensano l’assenza di trama e gli incomprensibili e interminabili dialoghi; tolti quelli che cosa rimane? un marasma di personaggi, che spuntano anche dietro le cozze, che parlano-parlano-e-parlano senza cognizione di causa, si ammazzano, sfoderano le pistole e le spade tanto per darsi un tono, si sposano nel bel mezzo di una battaglia - che più trash e idiota di così… - enunciano oscuri presagi in versi per andare verso la fine del mondo e oltre a fare “qualcosa” e a vedere gente; saltano, ridono, urlano e se all’inizio del film c’era una netta divisione tra buoni e cattivi, alla fine pure i cattivi si sciolgono in un brodo di melassa. Ma era un film sui pirati, o su Candy Candy?
Come quel cinese lì, quello che alla fine muore trafitto da una trave in un turbinio di polvere, schegge, vetri rotti e lapilli [non ci sono vulcani, ma ci mancavano solo quelli e poi eravamo a posto], mentre la bella figa di turno (scusate la finezza, ma come la dovevo chiamare? si è “concessa” metaforicamente a tutti i personaggi maschili!), dicevo, mentre lei che gli stava di fianco rimane illesa, lui, all’inizio bastardissimo, quando si ritrova in punto di morte concede tutto il suo vascello all’impavida fanciulla riponendo in lei tutte le sue speranze: “Ti affido la mia nave. Oh Capitano, mio Capitano!”.
E ci sono anche altri personaggi che invertono la rotta caratteriale finendo il film con baci & abbracci.
Mi dicono poi che l’unica scena clou ben diretta e ad effetto è quella del Maelstrom, ma io in quel punto ho avuto uno dei miei colpi di sonno e ricordo solo vagamente la dea Calipso che ha rigurgitato qualcosa che sembrava un ammasso di crostacei zampettanti e ha provocato il putiferio marino. Bah…
La ridicolaggine si tocca anche con Jack Sparrow e i suoi sdoppiamenti (non ci siamo Johnny, la tua mimica facciale è da elogio, ma stavolta eri comunque sotto tono e non solamente per colpa della sceneggiatura scadente) e il bacio a polipo di Will sulla coscia di Elizabeth.
La sequenza finale con Sparrow e le due “damine” è, manco a farlo apposta, insensata e superflua e la sua partenza in mare mi ha fatto pericolosamente pensare che molto probabilmente ci sarà pure un quarto episodio.
In sostanza, si ride a sprazzi, e io l’ho fatto fino alle lacrime con il nano - all’inizio del film - che spara un colpo di bazzuca e vola all’indietro, poi per il resto ci si annoia che è una meraviglia e ci si incazza.
Perché a me questi film fanno solo incazzare.

[Se vi chiedete perché sono andata a vedere tutti e tre gli episodi: è una storia lunga…]

P. s.: state seduti fino alla fine dei titoli di coda, ci sarà una sorpresa.
  

3/10




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cinema
28 maggio 2007
Film e libro a confronto: "L'estate del mio primo bacio" di Carlo Virzì e "Adelmo, torna da me" di Teresa Ciabatti

img513/5859/virsin0.jpg  L'estate del mio primo bacio - screenshot

 

Estate 1994. Camilla, in vacanza sull’Argentario con la madre depressa e mitomane, la nonna, i due inservienti filippini e la tata storpia, passa le giornate ricercando il vero amore che suggellerà il suo passaggio all’età adulta in quell’estate di metà anni ’90.
Attraverso una narrazione frammentata in brevissimi capitoli, seguiamo non solo le avventure pseudo-sentimentali della protagonista con l’Adelmo del titolo, ma anche quelle dei numerosi personaggi secondari: l’amichetta di Camilla che a causa del rapporto conflittuale con i genitori tenta, nell’arco di 222 pagine, il suicido quattro volte; le sfighe sentimentali di Claudia, l’impiegata dell’autoscuola di paese; la ricerca del proprietario della suddetta autoscuola di venti milioni di lire per allestire la consueta gara natante di fine estate; il papà di Camilla e le litigate con la nuova compagna; il mostro del villaggio in preda a impulsi sessuali repressi; ecc.
In poco più di 200 pagine - tra l’altro scritte a passo 45 - con una rosa di personaggi e intrecci così vasti, si nota da subito che non c’è lo spazio narrativo necessario per narrare sufficientemente tutto. Diversi episodi vengono così dimenticati anche se alla fine della lettura quello che rimane è l’idea di un romanzetto scorrevole, a volte surreale, e poco impegnativo con cui passare qualche ora di ozio domenicale [iniziato alle ore 11:00 di domenica mattina, nel primo pomeriggio, dopo debite pause, l’avevo già finito - e non è perché leggo i libri come Super Vicky!]; strappa qualche risata e offre un paio di perle di saggezza poetica, poi però lo si infila nel dimenticatoio.
Utilissimo come lettura da spiaggia.

Carlo Virzì dal canto suo non ha né migliorato né peggiorato il romanzo originale. L’ha reso in celluloide tale e quale: stessi dialoghi, stessi episodi, stessa aria fritta.
Ha solo anteposto l’anno di svolgimento, dal 1994 al 1987.
Potremo così rivedere le cartelle della Naj Oleari, le Girelle che ormai se le filano in pochi, le canzoni della Rettore, i poster dei Duran Duran, le Superga di tela e le mollettine colorate (per noi femminucce, ovviamente). Beh, io nel 1987 avevo sì e no 6 anni, però ricordo che  un paio d’anni dopo, quando andavo in terza elementare, avevo rotto talmente tanto i coglioni ai miei genitori con la cartella rigida sopraccitata che alla fine… non me l’hanno mai comprata. E mi son dovuta tenere quella rosa di Barbie.
Ma sto divagando.
Al contrario del libro, dove la storia raccontata tendeva comunque ad avere, come già detto, una punta di surreale e in cui i suicidi della amica di Camilla, ad esempio, vengono analizzati in maniera ironica e sopra le righe, nel film questi stessi argomenti [suicidio, depressione, crisi coniugale, crisi dell’età adolescenziale, ecc.] vengono presi troppo sul serio e sfociano in un miscuglio di retorica davvero fuori luogo.
Si vede addirittura, dopo un po’ di divertimento e nostalgici ricordi, l’inserimento dell’anoressia e del conflitto sociale tra arricchiti e poveri (!).
No, direi che alla fine il Virzì ha fatto uno scivolone mica da niente. 
Il film è preferibile comunque a “Notte prima degli esami”, anche per la ricostruzione storica e l’atmosfera che ne risulta.
Utilissimo da vedere se non c’avete nulla da fare.

 

film: 6/10

 

libro: 6/10

 

“Adelmo, torna da me”
Teresa Ciabatti
Einaudi Stile Libero, Einaudi, 10 €

“L’estate del mio primo bacio” di Carlo Virzì (2005)




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cinema
22 maggio 2007
"Pretty baby" di Louis Malle (1978)

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New Orleans, quartiere di Storyville, 1917. La dodicenne Violet (Brooke Shields) cresce con la madre prostituta (Susan Sarandon) in uno dei tanti bordelli della zona; in un ambiente completamente lascivo la ragazzina non conosce la differenza tra moralità e depravazione, e quando la sua verginità viene messa all’asta per il miglior acquirente accetta di buon grado lo squallido passaggio all’età adulta. Comincerà così a vedere con occhi diversi uno dei tanti frequentatori della casa: il fotografo Bellocq.

All’uscita del film le scene di nudo dell’allora dodicenne Brooke Shields scatenarono un putiferio talmente acceso da oscurare quasi del tutto l’argomento più interessante dell’intera pellicola: l’omaggio al fotografo Ernest James Bellocq.
Non conoscevo questo artista, ed è stato solo leggendo la biografia di Diane Arbus (“Diane Arbus - vita e morte di un genio della fotografia” di Patricia Bosworth) che mi sono avvicinata alle sue opere, spesso studiate dalla Arbus in cerca di ispirazione.
Bellocq nei primi del Novecento si interessò alla fotografia erotica, approdato in incognito a Storyville - uno dei più famosi quartieri a luci rosse - iniziò a fotografare le prostitute con cui entrava in contatto, cercando però di tenere nascosto questo suo interesse ritenuto all’epoca sconveniente. Solo alla fine degli anni ’60 si scoprì questo suo lato “proibito”, che sfatò improvvisamente la sua rispettabilità di semplice fotografo commerciale: moltissime lastre di vetro in negativo delle fotografie di prostitute e numerose stampe analoghe vennero rinvenute quasi per caso e nel 1970 il Bellocq fotografo erotico (morto dal 1949) era ormai famoso e oggetto di rinomate mostre monografiche.
Non aspettatevi però nulla di trascendentale nei suoi soggetti, è piuttosto un erotismo velato il suo che anche nella completa nudità non sfocia mai nel volgare, anche per via della totale serenità e distensione che traspare dai volti delle prostitute al momento dello scatto.

Nel film di Malle la storia di Violet è il pretesto per introdurre in scena il fotografo, avvicinatosi al postribolo con chiare intenzioni artistiche e non di piacere.
Nel corso del film si possono ritrovare sottoforma di tableaux-vivant diverse fra le più famose fotografie dell’artista, e alcuni insinuazioni sulla vera natura dello stesso… data la totale inesistenza di fotografie personali, eccetto una in giovane età, si diceva che Bellocq fosse affetto da malformazioni fisiche (addirittura idrocefalo - questo perché nella sopraccitata fotografia che lo ritrae indossa un cappello, a celare quindi la deformazione del cranio) e per di più malato mentale e soggetto a perversioni; la scarsità di informazioni a suo riguardo ha fatto poi il resto.
Nel film hanno maggiore rilievo le credenze sui suoi vizi immorali, Violet infatti finirà per sedurre completamente l’uomo e a diventarne la sua concubina, e nei due anni successivi moglie a tutti gli effetti.
Gran parte del film è di conseguenza incentrata sul loro rapporto morboso, anche se (come nelle foto di Bellocq) la licenziosità è ben lontana dallo scandalo che ne derivò all’uscita del film.
La particolarità di diverse fotografie rinvenute dopo la morte del fotografo è anch’essa illustrata nella pellicola: molte stampe presentano bruciature e cancellature d’inchiostro in corrispondenza dei volti delle prostitute ritratte. Nel film, nel corso della convivenza tra Violet e Bellocq, durante una scena in cui i due litigano si vede la ragazzina impugnare una penna e cancellare con foga il volto di una prostituta da una fotografia. Nella realtà fu lo stesso Bellocq (o addirittura si dice il fratello gesuita praticante, con chiaro intento religioso) a cancellare volutamente i volti da alcuni ritratti per preservare l’identità delle prostitute fotografate; in scatti successivi il fotografo attuò un curioso stratagemma per non intervenire direttamente sulla stampa, far indossare cioè delle maschere carnevalesche alle modelle a celarne completamente il volto.
A questo proposito, come detto in precedenza, le opere di Bellocq non impressionano per la carica erotica, ma colpiscono invece per quella sensazione di mistero e inquietudine che traspare dagli scatti contraffatti citati prima.

Il film di Malle pur narrando una storia di prostituzione infantile e mostrando la crescita corrotta di una bambina, non è poi così drammatico e scandaloso come lo si vuole far passare.
L’elemento erotico è ben stemperato dall’ironia, dalla delicatezza e da un contorno di personaggi e situazioni che a volte mettono in secondo piano l’argomento principale della storia. Certo, la sequenza dell’asta in cui in palio c’è la verginità di Violet è un po’ spiazzante, ma la reazione della ragazzina butta tutto sul piano comico.
Ecco, è forse questo che non funziona nel film, l’assenza di una coscienza non corrotta, di una percezione morale che assesti la confusione libertina in cui Violet e le altre donne del bordello vivono.

 

6/10




permalink | inviato da il 22/5/2007 alle 18:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
cinema
13 maggio 2007
Ultimi manga e "La vie en rose" di Olivier Dahan (2007)

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“Emma” n. 4: “uuuh; iiih; ah; oooh” e altri suoni non meglio identificati pronunciava la sottoscritta durante la lettura di questo me-ra-vi-glio-so manga. E con gli ultimi sviluppi devo dire che “Emma” è davvero il più bello, appassionante e perfetto manga che abbia mai letto.
[cercherò di non fare spoiler, nel caso ci sia qualcuno che non l’ha ancora letto]
La storia tocca il suo culmine esattamente alla metà della sua durata (otto numeri in totale - prima si diceva 10) con due colpi di scena fondamentali per il futuro di Emma, nonché di William, e di buona parte dei personaggi alle loro spalle.
La lentezza e la perfezione sofisticata dei numeri precedenti vengono un po’ oscurate da un susseguirsi incessante di reazioni a catena che hanno la passione e l’amore alla loro base; sentimenti poco controllabili che smuovono gli animi improvvisamente.
Non è affatto un difetto, anzi, con questa “esplosione” la resa finale dà al manga maggior attrattiva e il lettore si trova, come durante la partenza di Emma due numeri fa, ad essere maggiormente partecipe ed agitato (sì, io lo ero…) nel seguire la storia.
A questo proposito va però segnalato un episodio che ho trovato tutto sommato forzato: Monica che corre e sbraita in difesa della sorella Eleanor. Sarà servito per arrivare con più “pepe” al primo mozzafiatante colpo di scena, ma anche in sua assenza (mi riferisco all’ira di Monica) la rivelazione sarebbe stata più credibile e conforme alla caratteristica calma del manga. Che poi, voglio dire, la rassegnazione di William senza il siparietto su Monica sarebbe stata ancora più d’impatto, e per spiegare il forte legame che unisce le due sorelle non c’era bisogno di cotanto sbandieramento.
Altri momenti in cui l’autrice si è fatta un po’ prendere la mano (come mi aveva fatto notare Cecilia) ce ne sono ancora: la prima parte del capitolo 27, in cui si sfiora l’erotico con un nudo (quasi) integrale e la conversazione sensuale tra i coniugi tedeschi, anche se quest’ultima potrebbe esser vista come uno stratagemma per far notare quale differenza ci sia tra il vivere rigoroso della gentry inglese e quello della media borghesia tedesca (e forse del resto d’Europa).
Ma l’”Emma” che conosciamo ritorna in emozionanti sequenze come quella che si svolge nel palchetto a teatro tra William e Eleanor, la visita di Emma al cimitero e la sua mirabile trasformazione in cui si toglie, con un gesto semplice, gli occhiali.
E che dire delle ultime 30 pagine?!?!
A momenti svenivo pure io, e non solo... [ops, non dico chi] perché dovrò aspettare altri due mesi per leggere l’atteso seguito!

n.b.: la sfacciatissima “marchetta” editoriale della curatrice della rubrica della posta, strategicamente inserita a metà volume. *tristezza*  


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“Le chevalier d’Eon” n. 1: ispirato al personaggio realmente esistito all’epoca del Re Sole, il nobile D’Eon de Beaumont qui in versione manga, nella notte, veste ambiguamente i panni di donna per vendicare la sorella tragicamente morta durante oscure macchinazioni sataniche.
Volevano farcelo passare per il nuovo “Lady Oscar”, ma il manga in poche parole possiede: comicità idiota con tanto di cuoricini, parolacce inserite senza cognizione di causa, noia e ripetitive battaglie cappa e spada con i malvagi di turno.
I tre capitoli principali del numero che apre questa nuova serie hanno inoltre la brutta particolarità di essere la fotocopia l’uno dell’altro con una struttura ricorrente: morte di una povera fanciulla, trasformazione di D’Eon da uomo a donna, invocazione della fidata spada a mo’ di Excalibur, morte del cattivo e fine del capitolo. Cambia solo il morto.
Se ci aggiungiamo poi che D’Eon-donna ha interminabili boccoli biondi (parrucca) e che è accompagnata da un gatto mutante con qui sembra parlare telepaticamente…
Viva Sailor Moon! 


 


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“Lone wolf & cub”: la lettura degli arretrati di questo manga va a rilento - sono appena al n. 10 - indi per cui pubblicherò una recensione complessiva dell’intera serie al termine della sua pubblicazione, visto che l’ultimo numero (il 24) uscirà il 14 giugno. Che è ormai alle porte.


 


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"La vie en rose" di Olivier Dahan: umore a terra e malessere generale mi si sono abbattuti addosso durante e dopo la visione di questo film.
Due ore e mezza in cui si susseguono accadimenti biografici della cantante Edith Piaf degni di una telenovela sudamericana. Peccato che sia la verità e non ci sia nulla da ridere.
Nata e cresciuta nella maniera più misera e triste possibile, rischiando di diventare anche cieca, a vent’anni accetta la proposta di un impresario che la vuole fra i suoi artisti “da bar” ottenendo così i primi successi canori.
Ma inizialmente se ne frega della fama e con i suoi denti marci sputacchia la sua superbia davanti a tutti, con l’atteggiamento di chi della vita se ne frega e preferisce una bottiglia di whisky a un elogio per la sua bravura artistica.
Il ritorno, dopo la morte (sospetta) del suo impresario, fra i reietti della società e la consapevolezza di essere rimasta sola e perduta le farà però prendere più coscienza di sé.
Non tanto però dall’essere, a mio parere, ritenuta un mito immortale da osannare come la vedono tutt’oggi i francesi.
Il suo atteggiamento sprezzante per la fama si ribalta nella certezza di avere più probabilità di ottenere ciò che vuole: “A che serve, se no, essere Edith Piaf?”.
Al culmine del suo successo in Europa e i primi riconoscimenti in America tratta tutti i poveri membri del suo entourage come delle merde secche; sul palco ammalia il pubblico con una gestualità tutta sua: movimenti a scatti, bizzarri tic nervosi che trovo poco attraenti; si allarga la sua cerchia di conoscenze e i cantanti che di lì a qualche anno diventeranno famosi quanto lei, passano tutti nel suo letto (Georges Moustaki, Theo Sarapo, Eddie Constantine, ecc.), tuttavia il regista ci fa credere che l’unico e indiscutibile amore della Piaf fu il pugile Marcel Cerdan.
La tragica morte del giovane è al centro di una straziante sequenza in cui la bravura di Marionne Cotillard, che interpreta la cantante, penso proprio sia da Oscar.
Dell’intero film, un elogio va infatti alla Cotillard che è diventata un tutt’uno con il personaggio interpretato, tanto da mimarne perfettamente le movenze, gli sguardi e il carisma originale.
Infatti checché se ne dica, la Piaf sarà stata decisamente bruttina e maleducata ma aveva sotto le così dette “palle”.
Tuttavia resta comunque un’artista e una persona dall’atteggiamento e dagli ideali discutibili, che il regista ha cercato però di caricare di bontà con l’intento di farla passare per una poveretta toccando l’apice nella sequenza finale con ancora più melodramma, fino a sfiorare l’incubo: dopo una schermata nera su cui appaiono le parole “1963: ultima notte”, assistiamo agli ultimi rantoli di vita di una donna ormai sfatta dall’alcool e dalla dipendenza della morfina, malata di fegato, artritica e soggetta a continui collassi. Arriva così la botta finale con la rivelazione dell’esistenza di una figlia, avuta poco più che adolescente, morta a due anni di meningite e tenuta nascosta a tutti.
In quel momento i dieci presenti in sala, me compresa, sono sbottati.
Un altro episodio del genere e ci saremmo suicidati sulle poltroncine. 
Olivier Dahan ha insistito un po’ troppo sul lato compassionevole, certo che ora in Francia avrebbero glorificato lui al posto della Piaf per aver dato un quadro della cantante così ispirato e misericordioso.
Non ha fatto i conti però con chi, della Piaf, sa poco o niente e che avrebbe preferito un bio-pic meno di parte.


 


6/10




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cinema
10 maggio 2007
Domani su queste "critiche"...


[il film però l'ho visto martedì]

Intanto, visto che il mio francese in questo caso è inservibile, c'è qualcuno che mi può tradurre cosa dice la donna all'inizio del filmato qui sotto, e successivamente Edith Piaf?





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cinema
3 maggio 2007
"A mia sorella!" di Catherine Breillat (2001)

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Le sorelle Anaïs e Helena (tredici e quindici anni) si amano e si odiano, si cercano per confidarsi, per poi tirarsi frecciatine perfide, l’una verso la più grande per la sua “predisposizione” al sesso con Fernando, un ragazzo italiano conosciuto per caso, l’altra verso la minore per la sua grassezza e l’animo tormentato e piagnucolante.
Entrambe però cercano il vero amore e abbozzano conversazioni pseudo-filosofiche sulla prima volta, l’amore e il diventare grandi.
Tuttavia, dopo tanta apparenza, l’unico assillante argomento dell’intero film è la perdita della verginità: elemento scatenante sarò proprio l’incontro tra Helena e Fernando (che è proprio interpretato da Libero De Rienzo, non è uno che ci assomiglia…), che decidono tra vari tentennamenti  - di lei - e banali frasi di convincimento - di lui - di consumare il reciproco “amore” nella camera da letto che la ragazzina divide con la sorella.
Interminabili sequenze pre e post coito si mangiano via così più della metà del film, tra gemiti, ansimi, pianti della sorellina relegata in un cantuccio a rosicare ed erezioni; solo che per la scena clou non c’è più come in “Romance” Rocco Siffredi, ma il meno esibizionista Libero De Rienzo per cui (si dice…) il membro eretto è desolatamente…  posticcio.
Fintamente provocatorio, quindi, il film della Breillat, che non riesce neanche a dare una conclusione degna a tutto quel turlupinare, scadendo per il finale nell’horror e nello “stomachevole”.
Resta certo che quel “a mia sorella!” è più uno sbeffeggio che una dedica fatta con sentimento, e che Libero De Rienzo, nonostante l’abbigliamento raffazzonato che indossa per tutta la durata del film (infatti la sarta è francese), si installa sbavando nella mia personale top-ten ormonale.

 

4/10




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cinema
25 aprile 2007
"Mio fratello è figlio unico" di Daniele Luchetti (2007) e "Sunshine" di Danny Boyle (2007)

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“Mio fratello è figlio unico”: tratto dal romanzo “Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi” di Antonio Pennacchi, il film ripercorre quindici anni di una famiglia italiana, partendo dal 1961, quella dei coniugi Benassi: padre operaio, madre un po’ credulona e tre figli - due maschi e una femmina (Accio, Manrico e Violetta).
Saranno i figli ad essere al centro degli avvenimenti più importanti del periodo, con la lotta studentesca e quella operaia, i primi scioperi, le occupazioni, le manifestazioni pro e contro fascismo e comunismo.
Potrebbe così sembrare un film molto vicino a “La meglio gioventù”, dove è la storia ad entrare nelle vite dei protagonisti, ma è letteralmente il contrario.
In primo piano qui ci viene raccontata la vita di un gruppo di persone, nella quale la storia e la politica subentrano solo perché sono proprio i personaggi a deciderlo; sono loro, come Accio (Elio Germano), a muoversi da una parte all’altra della “barricata”, sia di destra o sinistra, che decidono di partecipare a una manifestazione oppure no.
Gli avvenimenti degli anni ’60-’70 ci vengono così raccontati esclusivamente attraverso lo sguardo dei personaggi; ne risulta quindi un film più vicino al genere di formazione, che a quello politico-sociale, dato che è Accio che ci racconta la sua vita e quella degli altri mettendo in primo piano soprattutto il suo punto di vista e la sua crescita.
E’ una storia semplice, delicata, sul rapporto tra genitori e figli, e tra fratelli. Non a caso il titolo richiama le difficoltà di rapportarsi tra fratelli e in particolare tra Manrico (Riccardo Scamarcio) e Accio, divisi fino nella fede politica e come lo possono essere un fratello minore che osserva il maggiore.
Con tono disincantato, a volte comico e un po’ “caciarone”, altre volte drammatico si arriva a un finale malinconico, commovente, su cui grava il colpo di scena della penultima sequenza.
E’ però un finale aperto, simile a quello de “I quattrocento colpi” di Truffaut, ma con la certezza che oltre il mare c’è una nuova fase della propria vita e non un solo unico ostacolo formato dalle onde che si ripetono.

Ottima interpretazione dell’intero cast, spicca il giovane Elio Germano preferibile per certi versi a Riccardo Scamarcio, che per l’occasione è rientrato nei panni dell’attore “per passione” abbandonando quelli dell’attore “per cache” di “Ho voglia di te” (mamma mia, non fatemelo ricordare…).
Particolare la colonna sonora in cui vi si trovano brani dell’epoca riarrangiati però appositamente; da ascoltare la nuova versione di “Ma che freddo fa” di Nada che chiude i titoli di coda al cui arrivo è scattato pure l’applauso, per la canzone, per il film, per tutto.
Questi sono film!!!

 

10/10

 

P. s.: non ho letto il libro, ma vedere il film mi ha fatto venire davvero voglia di approfondire l’originale, cosa strana per me che penso che il film sia il “capolinea” di un libro, dopo il quale non si può più tornare indietro.

 

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“Sunshine”: “Il sole sta morendo. E noi con lui” dice il protagonista del film, rinchiuso insieme ad altri compagni in un’astronave che ha il compito di trasportare letteralmente la salvezza della Terra e dell’umanità verso il sole.
Ma fino a che punto l’uomo può contrastare il corso dei tempi? Fino a che punto si può spingere modificando la natura?
Lo scontro tra scienza e religione è il tema celato dietro un’avventura fantascientifica pompata al massimo dalla computer grafica e così “vera” da essere angosciante: l’immensità dello spazio nero, dove l’astronave fluttua, è claustrofobica nella certezza di non sapere qual è il suo punto d’arrivo, dov’è la fine di quello sconfinato buio; gli ambienti asettici dove si muovono, costretti, gli otto astronauti ricordano molto le scenografie di “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, poi ci sono il bianco accecante e stanze oscure dove enormi stantuffi assordanti si muovono e quasi respirano; situazioni che ricordano casa, la terra lontana, riprodotte virtualmente tramite un computer, sono il culmine della sterilità della vita che si svolge all’interno di quella macchina volante persa nel cosmo; e infine il sole, presenza costante e unica fonte vitale, non riprodotta, vicina agli astronauti, ma così abnorme e potente da far paura o, al contrario, da attirare irresistibilmente il suo sguardo mortale sugli uomini.
In una sequela di colpi di scena il film arriva ad assomigliare molto ai racconti di Frederic Brown, solo che non ci sono extraterrestri; gli alieni sono gli uomini che cercano di ragionare seguendo la fede in Dio, fino alla pazzia.
Non viene però dato un giudizio vero e proprio sull’argomento, anche se il finale è molto d’aiuto in questo senso.
Al di là del messaggio, lasciato con un incognita, che potrebbe apparire come una questione secondaria dell’intero film, la parte puramente di fantascienza inquieta fino alla fine lo spettatore, lo schiaccia, e la colonna sonora, priva di melodie, ne è d’aiuto.
C’è però un’attenzione allo splatter nella sequenza cruciale del film a mio parere un po’ fuori luogo, ma si sa che Danny Boyle è propenso per questo genere, e già ce ne aveva dato prova in “28 giorni dopo” [di cui consiglio la visione].
In fine, Kubrick ritorna in un omaggio allo stesso film sopraccitato anche poco prima dell’arrivo dei titoli di coda e, aggiungo, di stare attenti a certi bisturi rotanti: saranno molto d’aiuto per capire lo svolgersi della vicenda.

 

8/10

[Il trailer di "Mio fratello è figlio unico"]



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cinema
23 aprile 2007
Libri vs Cinema

Su suggerimento della Gonzabassa do il via al nuovo giro di top-ten, iniziato da Patty con la classifica dei libri più amati (in questo post).
Questa volta dovete stilare l’elenco personale delle CINQUE trasposizioni cinematografiche che secondo voi hanno avuto il pregio di non aver massacrato troppo l’originale cartaceo [ho preferito dimezzare la classifica perché mi hanno fatto notare che i casi sono rari :-P].
Unica regola: il libro deve esservi piaciuto già a suo tempo.

Mi sono spremuta ben bene le meningi, ed ecco la mia:

1) “Via col vento” di Victor Fleming; tratto dal romanzo di Margaret Mitchell
2) “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick; tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray
3) “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick; tratto dal romanzo di Anthony Burgess
4) “Dracula” Francis Ford Coppola; tratto dal romanzo di Bram Stoker
5) “Orgoglio e pregiudizio” di Joe Wright; tratto dal romanzo di Jane Austen.




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cinema
22 aprile 2007
Film e libro a confronto: "Canone inverso"

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Consigliatomi da tanti, il libro di Paolo Maurensig racchiude effettivamente una bellissima storia il cui stile evoca spesso l’onirico, il fantastico, ed è strutturata attraverso frequenti e dottissimi riferimenti musicali.
Le vite dei due protagonisti maschili sono infatti strettamente legate alla musica e il tema melodico detto “canone inverso” segna e condiziona, fin dal loro primo incontro, i giovani fino a un inaspettato finale.
La storia ha il suo picco nei capitoli in cui viene raccontato l’incontro dei due nel Collegio Musicum, durissimo conservatorio austriaco per giovani eletti aspiranti musici di successo; in un ambiente militaresco e monacale - due caratteristiche che fanno a pugni ma che danno bene l’idea di come vivessero gli studenti lì quasi reclusi - Jeno e Kuno scoprono la sublime essenza della musica e la vera amicizia.
Ma il “canone inverso” che li lega è destinato a riprendere il suo corso a ritroso e la loro amicizia sarà costretta a dei bruschi cambiamenti…
Una storia così complessa e ricca di spunti psicologici non poteva che essere oggetto di una trasposizione cinematografica, tuttavia ne esce completamente martoriata e trasformata in un qualcosa solo lontanamente fedele all’originale.
La figura della pianista Sophie Hirschbaum, nel libro utilizzata solo come musa ispiratrice di Jeno così inaccessibile ed eterea, nel film acquista maggiore rilievo venendo però rappresentata come una giovane e triste fanciulla che sfoga su Jeno il suo bisogno d’amore. Niente di più falso: Sophie non entrerà mai effettivamente in scena nel romanzo, resterà sempre la trasfigurazione della perfezione per il protagonista, quel desiderio di eccellere in campo musicale che lo sprona a mettersi sempre in gioco.
Ed è proprio tutta questa parte che il film scarta a priori: vengono dimenticati i capitoli sul collegio, anima del romanzo, con le descrizioni delle lunghe ore di privazioni e rigore esasperante, e pur avendo quella marcia in più che è il “sonoro”, il film inserisce la musica in maniera automatica, senza trasporto (anche la mimica burattinesca degli attori che fingono di suonare non aiuta certo…); Maurensig invece con carta e penna è riuscito a evocare perfettamente quelle sensazioni altissime che si provano nel suonare o solamente nell’ascoltare musica.
A sopperire a queste mancanze si è deciso di introdurre di sana pianta nel film l’ultima parte, che ha lo scopo di allungare la brodaglia con argomento principale la salita al potere del nazismo con le leggi razziali. Elemento marginale nel libro, nel film invece serve a saltare a piè pari o semplificare, per certi versi, quel complesso e notevole incastro di trame e sottotrame, che in un gioco di rimandi e di analisi della psiche umana, costituiscono il vero finale del libro e l’essenza dell’intero racconto.
Scelta sbagliatissima, questa, perché riduce la trama originale a una storiella strappalacrime senza più l’elemento misterioso e metafisico.
Sulle capacità registiche di Ricky Tognazzi e quelle recitative degli attori e doppiatori c’è da dire qualcosa? Direi di no, parlano orribilmente da sole.

 

libro: 8½/10

 

film: 4/10

“Canone inverso”
Paolo Maurensig
Oscar Bestsellers, Mondadori, 8.40 €

“Canone inverso - Making love” di Ricky Tognazzi (1999)

 




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cinema
20 aprile 2007
"Tutte le donne della mia vita" di Simona Izzo (2006)

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A buon intenditor poche parole.

Tratto dall’omonimo romanzo scritto dalla stessa Simona Izzo (qualcuno l’ha visto in libreria?), il film ha come protagonista il cuoco Davide e le sue numerose amanti.
Si tenta un  gioco incrociato tra sesso e nouvelle cousine, ma ne risultano soltanto amplessi culinari simil zen un po’ ridicoli e donne con le tette sempre al vento che ricordano vagamente quelle di Tinto Brass.
Ottima recitazione, sprecata però per un soggetto così scarso che tocca l’apice del trash con il binomio Nek-Ennio Morricone. Intendiamoci: non è una critica all’eccelso compositore, ma all’aver inserito gli acuti del primo rendendo tutto molto “pop”.
Ce n’era davvero bisogno?
Sufficienza comunque raggiunta (a stento) grazie e soltanto a Mina con “Se telefonando” che chiude la scena finale.

 

6/10




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Sul comodino:

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"In nome dei miei" di Martin Gray

Ho letto nel 2007:

Molto prima dell’amore - A. Mancinelli
Germinal - É. Zola
La banda degli angeli - R. Penn Warren
Le particelle elementari - M. Houellebecq
Pel di carota - J. Renard
La città della gioia - D. Lapierre
Sonata a Kreutzer - L. N. Tolstoj
Le avventure di Arthur Gordon Pym - E. A. Poe
Diane Arbus - vita e morte di un genio della fotografia - P. Bosworth
La donna dello scandalo - Z. Heller
La mia famiglia e ealtri animali - G. Durrell
Racconti e romanzi - La visita - C. Cassola
Una vita diversa - C. Dunne
Poema a fumetti - D. Buzzati
Racconti e romanzi - Le amiche - C. Cassola
Latinoamericana - E. Che Guevara
Canone inverso - P. Maurensig
Arancia meccanica - A. Burgess
Canne al vento - G. Deledda
Il diario intimo di Sally Mara - R. Queneau
Rovine - S. Smith
Adelmo, torna da me - T. Ciabatti
Anna Karénina - L. N. Tolstoj
Bel-Ami - G. de Maupassant
Esercizi di stile - R. Queneau
I love shopping - Sophie Kinsella

Ho visto nel 2007: 

Un’ottima annata - R. Scott
Gli anni in tasca - F. Truffaut
L’uomo che amava le donne - F. Truffaut
Apocalypto - M. Gibson
Azur e Asmar - M. Ocelot
Kirikú e la strega Karabà - M. Ocelot
La cena per farli conoscere - P. Avati
Le particelle elementari - O. Roehler
Baci rubati - F. Truffaut
La fiammiferaia - A. Kaurismäki
Saturno contro - F. Ozpetek
Borat - L. Charles
Il giardino delle vergini suicide - S. Coppola
Notte prima degli esami - F. Brizzi
The libertine - L. Dunmore
Ho voglia di te - L. Prieto
300 - Z. Snyder
Thumbsucker: il succhiapollice - M. Mills
False verità - A. Egoyan
Nuovomondo - E. Crialese
The illusionist - N. Burger
Tutte le donne della mia vita - S. Izzo
Mio fratello è figlio unico - D. Luchetti
Canone inverso - making love - R. Tognazzi
Sunshine - D. Boyle
Pretty baby - L. Malle
A mia sorella! - C. Breillat
La vie en rose - O. Dahan
L’estate del mio primo bacio - C. Virzì
Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo - G. Verbinski